But is it art? La performance d’artista tra perplessità e rivoluzione

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But is it art? La performance d’artista tra perplessità e rivoluzione

…ma questa è arte? Sicuramente questa domanda sarà sorta spontanea in molti, che magari ostentando grande disinvoltura davanti un taglio di Fontana nascondono la loro sincera perplessità, o che, dopo essere stati sballottati allegramente dalla gialla distesa di Floating Piers ritornati sulla terraferma si sono volti indietro a guardare il percorso, tentando di capirci un po’ di più.

Allan Kaprow, Yard

Il buonsenso comune tende ad attribuire valore all’opera in base alla difficoltà di realizzazione. Cambiano le epoche, ma resiste imperterrita una concezione fortemente empirica dell’arte: la scultura, la pittura sono comprese dal senso comune solo quando sconfinano nel buon artigianato. Contro questo atteggiamento lotta l’arte concettuale, che raggiunge i più alti picchi di contingenza nella performance, una forma artistica nata negli anni ’60. Il suo scopo è generare emozioni sfruttando le potenzialità della musica, della recitazione e della danza, senza tuttavia una progettazione iniziale, affinché gli atti diventino “momenti di vita” e non uno spettacolo (proprio come non sono uno “spettacolo” un gruppo di passanti che attraversano la strada o un anziano che legge il giornale). Nella volontà di fondere arte e realtà, la performance assume linguaggi e finalità differenti. Alla base c’è l’idea, dalla quale si sprigionano azioni e attimi. L’idea si fonde con lo spazio nell’arte di Allan Kaprow: in Yard (1961) il punto di partenza è uno spazio anomalo, una grande distesa di copertoni. La staticità dell’ambiente muta nel momento in cui si permette ai visitatori di spostare i copertoni a loro piacimento ed è allora che c’è l’happening, ovvero l’atto creativo di un nuovo spazio nato dagli elementi già presenti ma ricombinati dall’ispirazione dei singoli visitatori. All’ambiente si sommano le coscienze e si verifica un cambiamento. Piena libertà di azione è concessa anche da Marina Abramović al suo pubblico in Rhytm 0 (1975), dove l’artista non mette a disposizione copertoni, ma il suo stesso corpo, immobile come un oggetto. Gli estranei sono invitati ad interagire con esso usando alcuni oggetti “di piacere e di dolore” posti davanti a loro. Sono gli spettatori a dettare le regole della performance:  nel momento in cui alcuni partecipanti cominciano a tagliare il corpo inerte della Abramović o le mettono in mano una pistola carica, la performance acquista il valore di violenta riflessione sulla natura umana e sulla libertà di prevaricazione. Nelle sue performance Marina Abramović si espone platealmente, per coinvolgere sentimentalmente il pubblico. Un esempio valido è la performance The artist is present (MoMA 2010) in cui l’artista, seduta davanti un tavolo, lasciava che chiunque si potesse sedere sulla sedia di fronte a lei per scambiarsi con intensità gli sguardi per alcuni minuti.

Rhytm 0
Marina Abramović, Rhytm 0

Ben diversa è l’idea alla base delle performance di Vito Acconci. Il suo pubblico, infatti, assiste a una disperata indagine sul valore del corpo come mezzo di espressione nello spazio. Il masochismo che caratterizza il suo agire è finalizzato ad ampliare gli orizzonti percettivi. Fondamentale risulta l’ambientazione oltre che l’atto, poiché è proprio l’ambiente in cui avviene la performance ad influire sul ruolo del pubblico. Ad esempio, in Seedbeds (1972). Acconci pratica la masturbazione in una sala del MoMA disteso sotto una piattaforma sopraelevata che lo cela ai visitatori. Chi entra nella sala e sente gli espliciti rumori provenire da sotto la piattaforma, prova un senso di disagio: lo spettatore può rifiutare il proprio ruolo (ovvero di spectare= guardare con insistenza), sentendosi una spia non autorizzata ad assistere ad un momento così privato, oppure può partecipare con la propria sensibilità alla concentrazione dell’artista e rendere interpersonale un momento così soggettivo.

Il masochismo si fonde paradossalmente con il culto del corpo nella Carnal Art di Orlan, performer francese che ha intrapreso la missione di innalzare a dignità artistica gli interventi di chirurgia estetica. Facendo del proprio corpo la materia prima di un’opera scultorea, si è fatta realizzare la fronte della Gioconda ed il mento della Venere del Botticelli. A differenza della Body Art, in cui il dolore assume valore catartico o conoscitivo, nella Carnal Art l’intervento chirurgico diviene uno spettacolo di Cabaret, “allietato” da letture di poesie, musica e da infermieri e dottori allegramente travestiti. Nell’assistere al progressivo scomporre e ricomporre chirurgico del puzzle di carne, è inevitabile riflettere sulle possibilità di perdita della propria identità originale nell’epoca della chirurgia estetica.

Orlan, Biopsy

Se quindi dovessimo limitarci a rispondere alla domanda iniziale affidandoci alla comune valutazione “pratica” del prodotto, questi momenti di vita un po’ folli non dovrebbero nemmeno lontanamente essere definiti arte. Se, tuttavia, si inizia a valutare un’opera tenendo conto di una costante inevitabile, ovvero il pubblico, le prospettive si ampliano notevolmente. Opere “del canone” come la Canestra di Frutta di Caravaggio, leggermente aggettante verso l’esterno, o Las Meninas di Velazquez con i suoi estrosi giochi di sguardi, o anche molti degli innumerevoli ritratti della tradizione  mostrano come fondamentale sia per l’artista rivolgersi a qualcuno “fuori” (fuori l’opera e fuori la propria individualità), ovvero lo spettatore a cui offrire una determinata esperienza, che sia anche solo sostenere lo sguardo del soggetto ritratto. Se quindi si dà al rapporto tra opera e pubblico la giusta importanza, l’arte concettuale e la Performance Art, in cui la partecipazione del pubblico all’atto risulta imprescindibile alla definizione del valore dell’atto stesso, devono essere considerate una vera e propria forma di “arte potenziata”.

Chiara Di Giambattista per MIfacciodiCultura

Il titolo dell’articolo è ripreso dal libro di  Cynthia  Freeland  But Is It Art?: An Introduction to Art Theory

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