“Nessuno è indispensabile”: quando il lavoro diventa condanna

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Nessuno è indispensabile: quando il lavoro diventa condanna

Peppe Fiore

Parlare di lavoro in periodo di crisi è difficile, soprattutto quando ti prefiggi come obiettivo non la denuncia di un’occupazione che manca e che non ti fa arrivare alla fine del mese, ma l’esatto opposto. Era il 2012 quando Peppe Fiore – classe 1981, napoletano di nascita ma romano d’adozione – vide pubblicato il suo romanzo Nessuno è indispensabile. Nel 2012 il tasso di occupazione diminuiva dello 0,3% su base annua. Nel 2012 chi aveva un lavoro stabile doveva baciarsi i gomiti. Eppure c’è chi s’ammazza non per un lavoro che non c’è, ma perché dal lavoro non trova una via d’uscita.

Siamo sulla via Pontina, strada provinciale che collega la periferia di Roma a Latina. Ma mano che ci si sposta verso sud, i palazzoni del quartiere Cecchignola cedono il passo a capannoni industriali, depositi o immensi edifici vetrati sedi di prestigiose imprese laziali. Una di queste è la Montefoschi, storica azienda di Pomezia che dal 1952 provvede a portare sulle nostre tavole il latte più fresco, i formaggini migliori, gli yogurt più nutrienti e le mozzarelle più succose. Che dobbiamo essere orgogliosi di varcare i cancelli della Montefoschi ce lo ricorda l’espressione tronfia del fondatore Egidio, la cui gigantografia campeggia intimidatoria sopra la testa delle hostess alla reception, ma soprattutto ce lo ricordano i 15 metri di mucca in vetroresina che ci dà il benvenuto in giardino. L’effetto claustrofobico che prova il lettore – nonostante gli ettari di terreno su cui si sviluppa l’azienda e in cui sono collocati 800 dipendenti – è lo stesso che ogni mattina attraversa la spina dorsale del nostro eroe, Michele Gervasini, poco più che trentenne, single e prossimo alla promozione, ma soprattutto firmatario del tanto agognato Contratto a Tempo Indeterminato (quello vero, mica a tutele crescenti, che ai tempi della stesura di Nessuno è indispensabile c’era ancora l’articolo 18). La Montefoschi è un’azienda seria, stabile, dove gli straordinari vengono pagati e il benessere dei dipendenti viene prima di tutto. Allora perché il povero Gervasini non va a lavoro, ma si trascina? E perché l’anonima e tranquilla Lucia Frangipani, mite impiegata amministrativa, decide di darsi fuoco un giovedì mattina nello stanzino delle scope?

Nessuno è indispensabile: quando il lavoro diventa condannaSarà la scoperta del cadavere di Lucia a dare il via al romanzo. Un evento che sconvolge, ci si chiede perché, si indaga nel passato della ragazza salvo poi scoprire che nella sua vita nulla strideva. Ma, mentre ancora alla macchinetta del caffè ci si interroga sulle motivazioni dell’insano gesto, ecco che un altro si taglia le vene in bagno. E a breve distanza un altro ancora che si getta dalla finestra. E se alla Montefoschi ancora si pensa a una sorta di epidemia di pazzia, il lettore ha già capito tutto. Noi che osserviamo la vita di Gervasini dentro, ma soprattutto fuori l’azienda (quale vita poi?) abbiamo già pensato che se è anche solo vagamente simile a quella dei suoi colleghi suicidi, non abbiamo bisogno di chiederci perché.

Nessuno è indispensabile è un romanzo dissacrante, ironico, comico eppure crudelmente amaro. Un romanzo in cui – ahimè – è fin troppo facile riconoscersi. Il tentativo di denuncia è mirabile, ma purtroppo non funziona fino in fondo. L’incipit è straordinario e almeno fino a metà il ritmo rimane sostenuto – complice anche la freschezza del linguaggio, una parlata comune, una sorta di gergo in bilico tra colloquialità aziendale e formalità da circolare ministeriale – ma la seconda parte non sembra in grado di reggere questi livelli. Tutto diventa confuso, la trama perde mordente, il lettore resta disorientato senza essere più in grado di distinguere la realtà da una dimensione onirica che non si capisce se vuole essere lo specchio dei sentimenti di Michele Gervasini o la volontà di Fiore di chiudere il romanzo con un’iperbole dell’iperbole.

Poco importa. Indipendentemente dal finale mal riuscito il lettore trova più di uno spunto di riflessione che, semplicisticamente, possiamo riassumere con una domanda: è proprio vero che i colleghi sono persone fino ad un certo punto?

Federica Caricilli per MIfacciodiCultura

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