One Hour Photo – Ironia e cani che saltano: ecco a voi Elliott Erwitt

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One Hour Photo – Ironia e cani che saltano: ecco a voi Elliott Erwitt

Le fotografie di Elliott Erwitt  (Parigi, 26 luglio 1928) sono inconfondibili. Non importa se rappresentino persone, animali, personaggi famosi, momenti carichi di pathos: l’ironia è sempre presente. Lo stesso fotografo le descrive così:

Può succedere di fotografare una scena meravigliosa e di ottenere una fotografia senza vita, che non trasmette nulla. Poi scatti una foto senza importanza, di qualcuno che si gratta il naso, e viene fuori una grande fotografia.

Nato nel 1928 da una famiglia ebrea, Elliott Erwitt vive l’infanzia in Europa, prima a Parigi e poi in Italia e nel 1939 si trasferisce negli Stati Uniti a causa dell’avvento del fascismo. La sua prima esperienza fotografica lo porta sui campi di guerra: lavora come assistente fotografo per l’esercito americano, soprattutto in Francia e in Germania. Nel 1953 entra nell’agenzia Magnum, passo fondamentale per la carriera di un grande fotografo.

I soggetti di Erwitt sono eterogenei, tra i più famosi ci sono sicuramente i cani: gli animali sono il centro di una serie di immagini buffe. In molti saltano, donando alle fotografie un dinamismo particolare. Elliott ha un metodo preciso per ottenere tale effetto: con sé porta una trombetta che utilizza un secondo prima di scattare, per spaventare i cani (e i rispettivi padroni). L’immagine acquista così spontaneità: gli animali guardano con espressioni stupite la macchina fotografica.

Erwitt fotografa le persone comuni che incontra per strada e cerca di immortalare le situazioni più strampalate della quotidianità. È evidente in questo l’influenza di Henri Cartier-Bresson, da cui Erwitt impara l’importanza delle piccole cose e degli attimi irripetibili. La sua macchina fotografica però si posa anche su volti famosi, addirittura iconici: è il caso, ad esempio, di Marilyn Monroe, che Erwitt ritrae in alcune fotografie sensuali, che fanno sognare. Famosissima è la fotografia in cui Richard Nixon punta un dito addosso a Nikita Krusciov, ma l’immagine è in realtà frutto di una manovra di propaganda: tra le numerose fotografie scattate da Erwitt durante il dialogo tra i due, la stampa americana decise di pubblicare unicamente questa, poiché si volle dare l’idea di un’America forte, in grado di minacciare il pericolo comunista.
Ma c’è un ritratto che sta particolarmente a cuore al fotografo: è quello di Jaqueline Kennedy al funerale del marito, nel 1963. La vedova sta piangendo, una lacrima si intravede sotto la veletta che le nasconde il viso: il suo dolore è lampante, eppure non è accettato. Le riviste, infatti, pubblicano l’immagine soltanto dopo averla ritoccata: la lacrima sparisce. Elliott Erwitt, in un’intervista a Mario Calabresi, rivela:

Per me quel giorno e quel dramma sono tutti lì […], nella lacrima che cade. E pensare che la cosa ha turbato, tanto che c’è chi ha pubblicato la foto dopo aver cancellato quella goccia che vola, come se la vedova di un presidente non potesse piangere.

Non mancano, tra i lavori di Erwitt, fotografie che si discostano dal tono generale dei suoi scatti, acquistando un sapore quasi drammatico. Un esempio è la famosa immagine del bambino nero che, con un sorriso allegro, si punta una pistola alla tempia, oppure quella scattata in North Carolina nel 1950: in un bagno pubblico ci sono due lavandini, uno a destra e uno a sinistra. Sopra al primo è visibile la scritta “colored”, sul secondo la scritta “white”: il fotografo racchiude in un’immagine semplice il grande dramma del razzismo e la sua intrinseca assurdità. Osservando l’immagine ci si accorge che il lavandino destinato ai neri trae l’acqua dalla tubatura di scarico di quella dei bianchi.

Elliott Erwitt infine si è anche dedicato all’ambito pubblicitario, mantenendo sempre viva l’ironia che lo distingue da ogni altro fotografo. L’eterogeneità che caratterizza i suoi lavori – dai campi militari alle persone comuni, dalle piccole cose alle grandi trovate pubblicitarie –  denota una grande abilità tecnica e una grande creatività. Ma Erwitt ha una preferenza:

Ho fatto di tutto, ma preferisco il tipo di lavoro che ha a che fare con la condizione umana.

Un’attenzione all’uomo che, secondo il fotografo, è tutto ciò che conta in una buona fotografia.

Chiara Vitali per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Gianfranco dice

    Buongiorno Chiara, solo una precisazione: il tubo dell’acqua è lo stesso per bianchi e neri, l’acqua parte da quel “bitorzolo” a metà strada. Al di là poi dell’aspetto di ciascun lavandino, è la loro stessa esistenza ad indicarci la segregazione.
    Buona giornata
    Gianfranco

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