#KeyWord – L’imperscrutabile visione ne “L’infinito” di Leopardi

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#KeyWord – L’imperscrutabile visione ne L’infinito di Leopardi

LeopardiLa domenica in teoria, è il giorno più adatto per riposarsi, e la lettura può essere una buona attività per rilassarsi, per prendersi una pausa, per riflettere un po’. Questa rubrica domenicale, quindi, può essere d’aiuto per allargare i nostri orizzonti letterari e artistici, a partire da coloro che dell’arte della parola hanno fatto la loro vita. Allora, attraverso #KeyWord andiamo alla ricerca delle parole chiave. La parola di oggi è imperscrutabile, quanto mai affascinante per il semplice fatto che a tramandarla è stato uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, se non il più grande, ovvero Giacomo Leopardi. E la lirica in cui l’imperscrutabile si legge tra ogni verso non può che essere quella dell’Infinito.

Questo idillio è stato composto nel 1819 e il poeta lo definì tale, insieme a La sera del dì di festa e Alla luna, per la volontà di esprimere i moti del suo animo in maniera intima e personale, come se stesse scrivendo una pagina di diario, lontano da tutti, respirando una pace che soltanto lui è in grado di sentire. La chiave dell’imperscrutabile, quindi, si colloca proprio in questo sentire, nella capacità di Leopardi di andare oltre la semplice visione delle cose terrene.

Quando il poeta si trova davanti alla siepe, sul monte Tabor nei pressi della sua casa natale di Recanati – che ormai è chiamato per antonomasia il colle dell’Infinito – capisce che il suo sguardo è ostacolato dalla siepe stessa. Eppure è proprio la sua facoltà di abbandonarsi e di lasciarsi incantare che gli permette di immaginare «interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete». Leopardi così oscilla perennemente tra la realtà che tutti possono vedere, quella fatta di oggetti sensibili, e tra quella che invece è concessa soltanto dall’immaginazione e dalla fantasia. La continua contrapposizione, espressa dai dimostrativi, tra questo ermo, questa siepe, questa immensità, questo mare e quell’infinito silenzio indicano infatti la compresenza delle due esperienze sensoriali del poeta, che lo fanno entrare in uno stato di spaesamento e di straniamento, del quale vorrebbe trovare la ragione.

Leopardi

A Leopardi il controllo razionale infatti non manca mai, sia nel contenuto sia nello stile poetico. È consapevole di come il suo tendere all’infinito sia vano, ma allo stesso non può fare a meno di lasciarsi sorprendere da questa visione. Il fascino di questo componimento, di conseguenza, è dato dal fatto che il poeta recanatese percepisca, anche solo per un attimo, l’infinito e l’eterno attuali e a lui vicini, come se si scontrassero e incontrassero con il presente. È lui a permettere questo, grazie al suo processo immaginativo e consolatorio. Leopardi incrocia la dimensione del tempo con quella dello spazio, la dimensione della vista a quella dell’udito, e il risultato che ottiene è armonico, intimo e, di nuovo, assolutamente imperscrutabile, per l’aver voluto descrivere qualcosa che di per sé rimarrà sempre indicibile.

Grazie all’emozione che Giacomo Leopardi ha saputo trasmettere ne L’infinito, per eccellenza la sua è divenuta, almeno per una fase della sua produzione, la poetica del vago e dell’indefinito, perfetta nel trasmettere tale imperscrutabilità della realtà e dell’immaginazione.

Vi proponiamo l’estratto dal film Il giovane favoloso (regia di Mario Martone) in cui l’idillio in questione è recitato da Elio Germano, che impersona il poeta.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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