I limiti antropologici della libertà: il referendum in Catalogna attraverso la filosofia

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I limiti antropologici della libertà: il referendum in Catalogna attraverso la filosofia

Il Vortice Filosofico - I limiti antropologici della libertà: Fromm e Schopenhauer
Schopenhauer

La libertà fa paura. E in questi giorni in Spagna fa anche più paura del solito: il referendum per l’indipendenza della Catalogna ha infatti sollevato il coperchio del bollente contenitore delle riflessioni sulla libertà. Proviamo a usare la filosofia per staccarci dalle cronache ripetute e capire qualcosa in più su questo valore sociale.

La libertà genera schiavitù. La libertà è incertezza e instabilità. La libertà è una condanna umana. Sono queste solo alcune della posizioni critiche nei confronti della nozione di libertà, che hanno però in comune, nonostante si concentrino su sfumature differenti del problema, la tendenza a radicalizzare la non definibilità di quel modo di vita umano, tanto invocato quanto poco compreso, che è l’essere liberi. Ma allora che senso ha parlare di libertà? In realtà quello che manca della libertà non è una definizione, bensì una definizione essenziale: esistono migliaia di modi per dare contenuto alla libertà, e per convincersene basterà guardare alla millenaria storia della filosofia dalla grecità ai giorni nostri, tuttavia manca un punto comune a tali tentativi, tutti diversi e spesso oppositivi, costruiti su fondamenta di volta in volta autonome e, in fin dei conti, farraginose in un’ottica universalistica. Come dunque passare, sempre ammesso che sia possibile compiere tale funambolico salto, da tante definizioni particolaristiche ad un essenzialità di fondo della libertà?

Non è un caso che le domande sulla libertà arrivino in maniera pressante da una civiltà, la nostra, che crede, del tutto illusoriamente, di essere la più libera della storia: come ci ricorda lo psicanalista Erich Fromm dalle pagine della sua Fuga dalla libertà (1941) l’uomo moderno «liberato dalle costrizioni della società pre-individualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere», è dunque un essere libero secondo qualcuna di quelle definizioni di cui parlavamo in apertura, ma affatto un essere per la libertà in senso generalissimo. Quella della modernità è una libertà zoppa costruita sul paradigma razionalistico del soggetto faber: sempre Fromm ci ricorda come la libertà, pur avendo portato all’uomo razionalità ed indipendenza, lo abbia anche reso «isolato e, pertanto, ansioso ed impotente», sempre più avulso dal vincolo sociale in nome di un individualismo radicale che, a ben guardare, suona più come una prigione sotterranea che come una torre d’avorio da cui godere di vista privilegiata.

Il Vortice Filosofico - I limiti antropologici della libertà: Fromm e SchopenhauerLa libertà è altamente problematica, ma sembra essere ancora più complicata quando, come nella nostra epoca, non ha un bersaglio sicuro contro cui scagliarsi: essa, infatti, ha prodotto i migliori risultati nelle epoche in cui risultava un fine per chi partiva da una condizione contraria a quella di libero, come un motore psicologico dell’azione sociale. Ma appena raggiunta se stessa la libertà divora i suoi protagonisti, se subito non sa mettersi in cammino verso un altro bersaglio. Questa voracità sembra quasi essere un tratto tanto intrinseco quanto auspicabile dell’incedere libero, come se fosse una garanzia di controllo dell’ordine dell’esistenza, tuttavia in un’epoca stanca e piatta come la nostra, in cui la libertà sembra non avere più bersagli seri, il rischio dello stagnamento spaesante è dietro l’angolo. Oggi la libertà è un peso morto da portare sulle spalle, un impedimento alla felicità dei più, un pungolo nella carne per chi si ferma a pensare.

Ma la filosofia ha fatto di più, ha spinto la libertà oltre i confini dell’individuo umano e, abbattendo la legalità naturale, con le pagine di Schopenhauer ad esempio, l’ha posta come condizione formale del cosmo tutto: è nella nozione di volontà schopenhaueriana che vediamo, forse meglio che in ogni altro discorso antropocentrico, la potenza cieca e la pericolosità acuta della libertà. La volontà è la libera per eccellenza, con l’esito di apparire come una bestia che distrugge il proprio mondo, e con esso, inevitabilmente, se stessa. É questo essere profondamente libera della volontà che la rende così annichilatrice, così anarchicamente distruttrice di ogni possibilità positiva duratura. Tutto nella libertà volontaristica è temporaneo, precario, instabile, tutto a eccezion fatta della sola libera volontà distruttrice, unica garanzia di verità dell’universo.

Il Vortice Filosofico - I limiti antropologici della libertà: Fromm e Schopenhauer
Fromm

Luci e ombre sulla libertà, ma da cosa deriva questo costitutivo chiaroscuro? Abbiamo visto come razionalismo e irrazionalismo al contempo non siano in grado di dare spiegazioni convincenti in senso essenziale sulla libertà: essa è aporetica, sfuggente; ma in nome di cosa? Con buona probabilità il suo carattere essenziale sfugge alla riflessione in virtù del vizio antropologico che si compie ogni qualvolta si riempie la libertà con il contenuto di qualche definizione specifica (e sempre parziale). Definizione che sono tutte antropologiche, eminentemente umane, dettate da un assetto assiologico specifico, contraffatte da intenti particolaristici: questi ingredienti fanno sì che, esattamente come l’uomo è limitato e non universale, così ogni sua opera, come lo sono le miriade di definizioni della libertà, sia limitata e parziale, senza possibilità ulteriore.

Uno spunto al lavoro necessario sul problema della libertà che ciascuno di noi deve fare ci è fornito, ancora una volta, dalla brillante riflessione di Fromm, che ci ricorda come «la libertà positiva consiste nell’attività spontanea della personalità totale», ovvero in primis, nell’impegno comune a scoprire le profondità del proprio essere, distaccandoci dal paradigma solipsistico e cominciando a vedere quali rapporti sussistono tra la libertà genuinamente intesa e l’intersoggettività.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

 

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