“Picasso e Napoli: Parade”: Pablo Picasso torna nella città partenopea

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Picasso e Napoli: Parade: Pablo Picasso torna nella città partenopea

Picasso e Cocteau

Picasso è ritornato a Napoli: sarà esposto fino al 10 luglio il sipario che dipinse per il balletto Parade e dove se non nella Sala da Ballo del Museo nazionale di Capodimonte?

Parade fu realizzato da Picasso nel 1917 a Roma per il balletto omonimo del poeta Jean Cocteau: a cent’anni di distanza, a Napoli e a Pompei, si celebra il viaggio di Picasso in Italia. Il sipario, che è conservato al Centre Georges Pompidou, è la più grande opera mai dipinta da Picasso: quando è arrivato a Capodimonte ci sono volute 25 persone per montarlo. La mostra allestita nel museo è straordinaria, sono esposti tanti altri capolavori di Picasso, nonché i disegni preparatori per il sipario. Inoltre sono esposte opere di Fortunato Depero.

Quando nel 1917 Picasso arrivò a Roma, non si voleva spostare da lì e quando Cocteau lo invitò a Napoli  rispose: «Sto bene a Roma, e poi c’è il papa». Il poeta, conoscendo bene l’artista, sapeva che Napoli sarebbe stata una città adatta a lui e così replicò: «Sì è vero a Roma c’è il papa, ma a Napoli c’è Dio», e così Picasso si mise in viaggio. Le due settimane napoletane furono decisive: l’artista malagueño rimase folgorato dalla città, dalle antichità ammirate a Pompei e dalla commistione tra sacro e profano, che si respirava, e si continua a respirare, tra i vicoli di Napoli. Dopo il soggiorno napoletano, il pittore non sarà più lo stesso.

Quando si pensa a Picasso ci vengono subito in mente i suoi quadri più famosi, o se vogliamo più “strani”, almeno per l’epoca, come ad esempio Les demoiselles d’vignon o anche Donna che piange. Insomma colleghiamo immediatamente Picasso a quella corrente artistica denominata cubismo. Etichettare una corrente stilistica ed associarvi forzatamente degli artisti è sempre stata a mio giudizio una soluzione scolastica sciocca, specie quando ci si trova di fronte un artista che fino alla sua morte non ha fatto altro che rinnovarsi, sperimentare e addirittura reinventarsi, fino a superare i suoi stessi limiti. Trovo insignificante catalogare il suo immenso lavoro in opere che appartengono al periodo blu, al cubismo o al neoclassicismo. Basti pensare che opere tanto diverse Picasso le realizza in anni molto vicini, o che uno stesso stile si ritrovi in quadri di decenni successivi. La sua vivacità artistica non merita di essere rinchiusa in schemi insignificanti che, per comodità, ci fanno dimenticare che le sue opere non seguono una linea temporale, bensì seguono il corso di un’esistenza artistica che non ha mai arrestato il suo corso.

Troppo si è scritto su Picasso e tanto si sa su di lui. È morto nel 1973 a 91 anni, il che significa che è vissuto quasi un secolo e le due più grandi tragedie della storia contemporanea. Picasso, a differenza di quello che si pensa comunemente, non ruppe mai con il passato, anzi è proprio servendosi di esso che realizzò i suoi quadri. Paradossalmente l’opera che più di tutte rappresenta il suo cosiddetto “periodo cubista”, cioè Les demoiselles d’Avignon, venne realizzata servendosi di alcune statuette antiche sottratte al Louvre, vicenda questa che lo porterà ad essere indagato poi per il furto della Gioconda, che, come sappiamo, non fu opera sua (ma questa è un’altra storia).

L’artista visse un momento della storia che vide l’Europa liberarsi dal puritanesimo ottocentesco, permettendo la diffusione del mito della modernità: è il tempo delle avanguardie per dirla in breve. Picasso, dunque, in sintonia con questo periodo storico, cerca, con Braque, di non riprodurre volutamente la realtà così come la si percepiva, ma scomposta per rappresentare le cose nella loro interezza, frammentando gli oggetti per vederli da angolazioni diverse. Sperimenta con questa tecnica poiché all’epoca era ormai inutile voler dipingere la realtà così come appariva, perché se ne occupavano già la fotografia e il cinema: la pittura aveva gli strumenti più adatti per smontare la realtà e quindi creare delle opere che si allontanassero dalla semplice imitazione del reale.

I due fratelli (Picasso 1906) – Teseo e il Minotauro (Museo Archeologico di Napoli)

Picasso è uno dei pochi artisti che ha conosciuto il successo in vita e non dopo la morte. Si discute spesso sul perché di tanto successo. Sicuramente nelle sue opere fu molto intenzionale: quando creava un’opera, era in perfetta sintonia con ciò che stava vivendo, tanto da creare alcuni quadri il cui obiettivo era suscitare negli spettatori una determinata reazione. Il suo quadro più importante in tal senso, la Guernica, nacque con l’intenzione di essere un manifesto contro la guerra, inneggiando alla solidarietà, alla pace e a sentimenti di cui il popolo, non solo spagnolo, aveva bisogno.
Ci sono artisti di quella stessa epoca dalla più difficile comprensione, tant’è che non ebbero grande successo come Picasso, che invece rimosse tutti gli ostacoli dal percorso che porta il grande pubblico alle sue opere. Si assicurò il successo in vita e dopo la sua fine, seppur non rimanendo sempre coerente con la sua epoca. Il ‘900 è stato il tempo in cui si è spezzato ogni rapporto con lo spettatore, in cui ogni forma d’arte è diventata meno immediata ed è toccato allo spettatore faticare per riconquistare un rapporto diretto con l’artista: Picasso ha sicuramente scelto una strada meno complessa, che lo ha portato ad un più immediato successo, superando per fama molti altri suoi colleghi, altrettanto bravi ma purtroppo meno famosi.

Picasso e Napoli: Parade
A cura di Sylvain Bellenger e Luigi Gallo
Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli
Antiquarium, Scavi di Pompei
Dall’8 aprile al 10 luglio 2017

Rosanna D’Alessandro per MIfacciodiCultura

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