Jeff Koons e Louis Vuitton: kitsch per ricchi

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Jeff Koons e Louis Vuitton: kitsch per ricchi

L’Alta Moda rientra nel mondo artistico. È un ambito con i suoi dogmi, i suoi stili, le sue irriverenze e contraddizioni. Un capo d’haute couture non è la stessa cosa delle magliette fatte di carta velina delle maggiori aziende di abbigliamento retail – H&M et simili – dove vengono accostate immagini con frasi casuali.

Fare un capo di sartoria richiede ingegno e creatività: saper cucire insieme stoffe e colori diversi è come saper creare una composizione all’interno d’un quadro. D’altronde la Moda e l’Arte spesso si incontrano: basti pensare ai ritratti fiamminghi – le dame e le loro vesti di gioiello – o a quelli della corte medicea dipinti da Bronzino o dell’allievo Alessandro Allori, ma anche al tributo che Yves Saint Laurent fece a Mondrian, creando abiti a memoria dei quadrati dell’olandese, smontandoli del loro significato concettuale, perché comunque la Moda è puramente estasi visiva.

Proprio per questo Louis Vuitton qualche anno fa scelse Yayoi Kusama per disegnare una linea di prodotti. L’artista giapponese, come il resto degli artisti orientali a quanto pare, è assai abile a rendere estetico qualsiasi cosa, anche i vegetali: ogni oggetto delle sue installazioni è cosparso di pois, come Matisse rese decoro “arabescato” una stanza, nel quadro Interni di Melanzane.
Vuitton ci riprova, chiamando Jeff Koons: il risultato sono borse con stampati pezzi di dipinti recanti il nome dell’artista realizzatore, con dettagli bronzati. Nessuno si salva: Tiziano, Leonardo, Fragonard, Van Gogh.

Kitsch. Perché Koons è il re del Kitsch nell’era del gusto del Kitsch, è cosa è il Kitsch se non un ménage à trois tra il “Bello”, il “Brutto” e il commerciale. Un’orgia di gusti, dunque, perché sono tutti in auge ed hanno tutti lo stesso valore, annullando di fatto un qualsiasi humus per sviluppare un senso critico comune.

Per Baudrillard, in quest’epoca, ogni valore è sciolto dal peso del suo opposto e possono addirittura andare a braccetto insieme: ed ecco che sbocciano nei bookshop statuine del David di Michelangelo in lucentissima plastica colorata, tovagliette con stampate le opere, dopotutto fare colazione con Van Gogh può dare soddisfazione.

Ammettiamolo: il gusto dell’orrido ha sempre accompagnato l’umanità, anche se prima era nascosto dalla religiosità. Se per capire le statuine devozionali dei primi uomini serve un grande slancio d’anima in senso religioso, per l’arte attuale, pienamente concettuale, si ricorre ad uno slancio di “marcio”. Quel gusto nel percorrere i vicolini delle Chinatown – dove peraltro borse simili a quelle disegnate da Koons  vengono fatte e vendute ad un prezzo risibile – piene di chiazze di vomito e sputi, che nei film vengono evitati dai personaggi borghesotti che nel loro intimo sognano di attraversare, nella speranza di violare il tabù.

Nella realtà anche questi vicoli sono stati estetizzati e girarci con una pelliccia da migliaia di euro è rientrato nell’elenco dei tabù. Così anche queste borse, che non sollevano il minimo scandalo: a che servirebbe? In quest’orgia di gusti tutto è accettato, qualsiasi cosa può entraci senza criterio selettivo. Jeff Koons e Vuitton sanno che le persone disposte a spendere 500 euro in immondizia sono ben più di quanto si possa pensare.

Alex D’Alise per MIfacciodiCultura

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