La crisi umanitaria che stermina in silenzio, nell’indifferenza di tutti noi

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La crisi umanitaria che stermina in silenzio, nell’indifferenza di tutti noi

“Sahel: The End of the Road”, Sebastian Salgado

Siamo quello che mangiamo, dice il detto: ma se il cibo non c’è, cosa diventiamo? Torniamo polvere, portati via da una brezza leggera, pronti a svanire nel nulla. È quello che sta succedendo a circa 20 milioni di persone, in questo momento, in molti paesi dell’Africa: lentamente muoiono, nell’indifferenza di tutti noi, sotto i colpi della fame, della carestia, della guerra. È la crisi umanitaria più grave dopo la Seconda Guerra Mondiale, e il mondo si gira dalla parte opposta.

Per me carestia è una foto di Sebastião Salgado scattata nella regione del Sahel nel 1984: un bambino di spalle, brandelli di quella che un tempo era una maglietta addosso, un mare di terra bruciata davanti: una storia vecchia di trent’anni catturata su della pellicola fotografica. Per circa 20 milioni di persone sparse tra Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen, invece, quella foto rappresenta la realtà.

È quanto emerge incrociando i dati dell’ultimo rapporto dell’Unicef con i dati forniti dal FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, e il messaggio del drammatico allarme lanciato da Stephen O’Brien, il Sottosegretario generale dell’ONU per gli affari umanitari e Coordinatore delle emergenze: oltre 20 milioni di persone, di cui un milione e mezzo di bambini, moriranno di fame se il mondo resterà a guardare con le mani in mano come ha fatto fino ad ora. Numeri impressionanti, che aumentano se si prendono in considerazione anche l’area del bacino del lago Chad e l’intero Corno d’Africa.

Stephen O’Brien

Secondo i parametri delle Nazioni Uniti, si parla di carestia solo quando il 20% della popolazione in un territorio deve far fronte a «carenza estrema di cibo» e il tasso di malnutrizione supera il 30%: il Sud Sudan, ad inizio febbraio, ha apertamente dichiarato lo stato di carestia in due delle sue contee, quelle di Leer e Mayendit, e Nigeria, Somalia e Yemen sono vicini a farlo. Lo spettro di quattro carestie simultanee si fa sempre più drammatica realtà.

Ma quali sono le cause di questa crisi umanitaria? Le ragioni sono molteplici, e sicuramente tra queste hanno primaria importanza quelle di carattere naturale – come la scarsità di pioggia che ha provocato la morte dell’80% dei bovini nel Corno d’Africa, fondamentale fonte di sostentamento per la popolazione locale – , ma la mano dell’uomo è innegabilmente dietro questa crisi. Perché le aree colpite sono anche zone di conflitto da molti anni, distrutte dalla guerra civile o devastate da attentati terrostici.

Avevamo già parlato della guerra civile in Sud Sudan, dove le due fazioni in guerra, quella del Presidente Salva Kiir e il Vice-presidente Riek Machar, stanno tentando di distruggersi a vicenda, originando nel frattempo più di 30mila vittime civili e tre milioni e mezzo di sfollati. La Somalia non ha fatto in tempo a riprendersi dalla terribile carestia del 2011 (260mila morti ), che gli effetti di El Niño, un fenomeno climatico che consiste in un anomalo riscaldamento delle acque oceaniche del Pacifico, si sono fatti sentire. Negli ultimi due anni le piogge sono state praticamente inesistenti, e le conseguenze sono state distruttive: raccolti scarsi, epidemie, deterioramento dell’acqua e condizioni di pascolo impraticabili, con il risultato di migliaia di animali morti. Ciò non ha fatto nient’altro che produrre migliaia di sfollati, intere comunità che per sfuggire alla fame sono dovute fuggire dalla propria terra: non è una sorpresa il fatto che un terzo dei migranti di tutto il mondo fugga per ragioni climatiche. Inoltre, intere zone del paese sono sotto il giogo di gruppi jihadisti affiliati ad Al-Qaeda, come il gruppo al-Shabaab.

Stessa situazione in Nigeria, e più in generale nella regione del lago Chad, devastata dai continui attacchi di Boko Haram: sono 2,3 milioni gli sfollati causati da questo conflitto, costretti a fuggire permanentemente dalle loro case e per questo senza possibilità di coltivare le proprie terre.

La più grave crisi umanitaria, però, non è in corso in Africa – dove comunque secondo il rapporto della Fao Crop Prospects and Food Situation del mese scorso, sono 28 i paesi africani colpiti dalla scarsità di cibo -, ma bensì nella Penisola arabica: in Yemen due terzi della popolazione ha bisogno di aiuti, e più di 7 milioni di persone rischiano di morire di fame. La crisi è scatenata dalla continua guerra in corso tra Arabia Saudita e Iran, un conflitto tra sciiti e sunniti che, sebbene non riceva dai media occidentali molte attenzioni, è una polveriera pronta ad esplodere su scala globale.

La crisi umanitaria che stermina in silenzio, nell'indifferenza di tutti noiPer salvare milioni di vite, tra cui quasi 2 milioni di bambini, servono fondi, che però la comunità internazionale non sembra intenzionata a trovare: dei 4,4 miliardi di dollari necessari per stabilizzare quantomeno la crisi umanitaria l’Onu è stata in grado di raccoglierne solo 90 milioni. Cifra irrisoria se si pensa al numero di persone da soccorrere, a cui si aggiungono circa 22 milioni di bambini malnutriti  che vivono privi dell’acqua necessaria, colpiti da malattie prevenibili che diventano pericolose per la vita.

Per questo la rete Agire, di cui fanno parte diverse organizzazioni come Oxfam, ActionAid, Amref, Cesvi, COOPI e VIS ha lanciato la campagna Non senza di te: informare l’opinione pubblica di questa crisi umanitaria senza precedenti, e sensibilizzarla sulla necessità di fare donazioni per aiutare direttamente le popolazioni colpite. Perché loro sono senza acqua, senza cibo, senza aiuti internazionali. Ma non senza di noi.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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