L’Agnese è andata a morire, e lo ha fatto anche per noi

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L’Agnese è andata a morire, e lo ha fatto anche per noi

L’Agnese va a morire è il titolo del testo di Renata Viganò, pubblicato nel 1949 all’indomani della Resistenza e Liberazione. È una delle molteplici testimonianze del periodo, scritto da una donna che partecipò attivamente a quel momento storico. Forse è un libro meno conosciuto e letto rispetto a un volume di Calvino, ma altrettanto realistico e toccante. Non ci sono alti richiami letterari, bensì diretti rimandi alla drammaticità storica: Agnese, contadina delle valli di Comacchio che poco o nulla sa di politica, è costretta dalla malattia e debolezza del marito – convinto comunista – a lavorare per due. Quando i nazisti le portano via il compagno di vita, che morirà poco dopo, l’Agnese sviluppa un odio irrefrenabile nei confronti dei seguaci di Hitler. La collera e il dolore portano Agnese a imbracciare il fucile, organizzare “staffette” e occupare il proprio posto tra le file partigiane.

Agnese è il simbolo del popolo italiano, al quale il nemico nazista ha comunque portato via qualcosa: a chi il consorte, come è capitato ad Agnese, a chi la libertà, a chi il lavoro, a chi la famiglia, a chi gli amici, a chi la propria vita e il proprio futuro. Agnese è l’immagine della lotta per la Liberazione perché incarna e conferma quella capillarità e quella coralità che sono state proprie della Resistenza italiana: città e campagna, uomini e donne, ricchi e poveri, politicizzati e negligenti, tutti all’unanime contro un unico obiettivo da sconfiggere.

La Liberazione del suolo italiano, della Patria, dal germe nazista: questo era il solo comune fine da perseguire, con ogni modo, ovunque si abitasse, con qualsiasi mezzo e a qualunque classe sociale si appartenesse.

Nessuno sapeva quale destino avrebbe atteso l’Italia, ma di sicuro era, e doveva essere, un destino senza la più che minima ombra nera e sporca del nazismo. Ognuno aveva probabilmente un proprio obiettivo, a seconda che stesse lottando per una restaurazione monarchica o che si stesse battendo per una rivoluzione comunista della società. In quel momento però contava solamente unire le proprie forze in un immediato percorso d’azione.

Ogni 25 aprile ricordiamo la Liberazione italiana, quel lungo e sanguinoso traguardo che eroi di ormai 71 anni fa compirono per noi attraverso la cruenta strada della Resistenza. Una Resistenza che ha visto fascisti contro antifascisti, italiani contro tedeschi, classi dominanti contrapposte a classi dominate, non escludendo neanche battaglie interne tra stessi partigiani.

Questo concetto viene delucidato con efficace maestria da Claudio Pavone nel suo testo saggistico Una guerra civile (1991). Secondo Pavone

[…] la seconda guerra mondiale apparve subito come uno scontro di concezioni dell’uomo e della civiltà, di contrapposte idee d’Europa, di progetti alternativi circa il futuro assetto del continente.

Gli ideali coltivati e sviluppati a partire dalla seconda guerra mondiale hanno generato una vera lotta ideologica nel Vecchio Continente (e non solo). Non è stato solamente un rossi contro neri, ma è stata una difesa corale del giusto e del bene, indipendentemente da tutto e oltre tutto.

Ancora oggi il concetto e la visione della Resistenza italiana accende sostenuti dibattiti, ma la sola cosa su cui possiamo concordare tutti quanti è una visione di quei conflitti che individua una fazione di collaborazionisti e una di resistenti. Ecco la guerra civile di cui parla Pavone. Le sfumature patriottiche e ideologiche sono emerse solo all’indomani della Liberazione, quando ormai era permesso alla posizione personale di prender voce per ridonare quell’equilibrio perso da ormai troppo tempo – quello che la seconda guerra mondiale aveva rotto (anche se, probabilmente, mai neppure pienamente riconquistato dopo il 25 aprile 1945).

L’emblematica Agnese è andata quindi a morire per poter permettere alle nostre idee di tornare a circolare, per ridonare a tutti noi la libertà di espressione e parola. Battaglie di pensiero non cesseranno certo di esistere per il sangue versato dei partigiani, ma la storia porta con sé il suo valore di estrema fiducia in un atto di possibile cambiamento laddove il bene è contrapposto al male. In questa visione manicheista di giusto e sbagliato universali, di fronte alla lotta per i propri ideali, torna significativo quanto Calvino aveva affermato: «Siamo tutti uguali davanti alla morte, non davanti alla storia».

Sabrina Pessina per MIfacciodiCultura

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