Ironia – Che cosa c’è davvero dietro e oltre alla risata?

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Ironia – Che cosa c’è davvero dietro e oltre alla risata?

L’ironia è diventata ormai il principale metodo per comunicare: Twitter, Facebook, giornali e riviste. Tutti cercano di essere accattivanti, di avvicinare il lettore con la risata, la curiosità, il falso spacciato a vero.

Attenzione, però: non si tratta né di satira né di sarcasmo. La prima infatti ha per scopo rendere ridicolo qualcuno che vogliamo schernire. Non a caso, è principalmente utilizzata in politica e deriva dai satiri greci, mezzi uomini e mezze capre dediti allo scherno (e a inseguire le Ninfee). Crea situazioni immaginarie, ridicole, volte a screditare l’avversario (anche qui Dante ha fatto storia). Il sarcasmo invece è volutamente beffardo, afferma frasi tese a mettere volutamente in ridicolo l’altro. Ed è per questo che, non sempre, è colto. L’ironia invece dice volutamente qualcosa di distorto, di sbagliato, di totalmente contrario. Non a caso spesso usa l’iperbole, figura retorica che esagera in maniera spropositata e non credibile un avvenimento.

Di fatto, come espediente retorico è sempre stato ampiamente utilizzato nella letteratura: il nostro Dante, Manzoni maestro d’ironia che non risparmia nessuno dei suoi personaggi nei Promessi Sposi. Il Parini, che scrive Il giorno, un’opera ironica dalla prima all’ultima riga.

E poi, c’è Pirandello e il suo saggio L’umorismo del 1908. Distingue il comico, l’avvertimento del contrario, dall’umoristico, e cioè il sentimento del contrario. Dov’è la differenza? Che nel primo caso la risata è spontanea, qualcosa ci diverte per com’è. Nel secondo, invece, analizziamo cosa sia stato a farci ridere, quali paradossi e antitesi stiano alla base. E nasce in noi la consapevolezza, che non sempre ci porta ancora a ridere. L’esempio, celeberrimo, pirandelliano è l’anziana signora che passa per strada, troppo truccata e con un abbigliamento non adatto alla sua età: subito scatena il riso, ma poi ci porta a riflettere sul perché di un tale comportamento, su quali insicurezze e dolori possano averla portata ad agghindarsi così. Insomma, è un passo oltre la semplice battuta, che ci fa capire perché faccia ridere e, d’altra parte, ci smorza il riso per accendere la comprensione.

Ironia come capacità conoscitiva: ecco l’altro grande maestro della storia, Socrate. Anche se non bisogna dimenticarsi mai che il buon ateniese non scrisse mai una riga nella sua vita e tutto ciò che noi leggiamo, da secoli, è stato scritto da Platone. Che, per quanto potesse essere alunno fedele, ha sicuramente messo in secondo piano la verità storica per dare più peso alla finzione letteraria. Ma, ad ogni modo, celebre è la frase socratica: so di non sapere. Eccolo lì, il primo grande esempio di ironia: Socrate, che si dilettava a far nascere le idee direttamente dalla testa delle persone, che affermava la sua totale ignoranza. Questo perché, secondo il suo metodo, partire scevri da pregiudizi e dogmatismi porta a scoprire la verità. Finta umiltà, finta pretesa di non conoscere, proprio per far nascere la verità. Questo riprendeva il vecchio metodo sofistico, che in realtà aveva ben altro scopo: usare linguaggio ed ironia per annullare ogni pretesa di verità, per poter far credere tutto a tutti, senza più dogmatismi. Socrate cerca di eliminare i due estremi: la pretesa (impossibile) di avere verità assolute e, d’altra parte, l’idea che di verità non ne esista proprio.

Anche Schopernhauer dà un significato particolare all’ironia. Infatti, sarebbe uno dei meccanismi in grado di squarciare il Velo di Maya: è una liberazione, ci svela la realtà in cui non crediamo e che stiamo affermando per vera. E per questo la rifiutiamo, e ci accorgiamo di quale sia la verità, acquisiamo una nuova saggezza. Strappa il velo che ci nascondeva il mondo e la sua realtà.

Da notare bene: dietro al velo di Maya, c’è solo uno specchio. Che riflette la nostra immagine. Eccola lì, la verità del tutto.

Ma perché, oggi, usiamo tanta ironia?

ironia
Pirandello

La prima risposta, più pratica, credo sia dovuta al mezzo principale con cui comunichiamo e ci aggiorniamo: Internet. Nella vita frenetica che viviamo, tra treni persi e straordinari pesanti, non riusciamo sempre a trovare il tempo per leggere. E siamo più attratti dalle notizie veloci, di poche battute, che ci informino ma ci svaghino contemporaneamente. Twitter ci ha insegnato a cinguettare, e vince chi lo fa in maniera più spiritosa. Ma ci sono notizie che non posso stare in 140 caratteri, annessi di hashtag divertenti.

E allora, forse, scatta una ragione più psicologica: secondo il vecchio (e antiquato) Freud, il motto di spirito serve a superare la censura del Super-Io. Se qualcuno vi sta antipatico e credete che abbia un taglio di capelli orrendo, al posto di manifestare il vostro ribrezzo potete dirgli, con un affabile sorriso: “Stai benissimo con questo taglio di capelli! Io non potrei mai farlo, ma perché non mi starebbe mai così bene!”. Avete mentito, ma consapevoli della vostra menzogna, avete anche liberato il vostro inconscio di questo pensiero. Senza conseguenze per nessuno. Così, spesso, i giornalisti possono dire qualcosa con ironia, e nessuno potrà mai dimostrare in tribunale la loro volontà di mentire.

O così, più spesso, evitiamo la sofferenza. Una battuta (quanto va di moda oggi il black humor, scambiato facilmente con il cattivo gusto) non ci fa pensare a cosa sta succedendo davvero. Non pensiamo a chi distrugge la nostra scuola, il nostro futuro, i nostri sogni, le nostre pensioni e le nostre case. Non ragioniamo su chi, tutti i giorni, minaccia di non accogliere chi arriva dai barconi o chi insulta qualcuno perché di un’altra etnia, religione, sesso..

Forse Pirandello, oggi, avrebbe aggiunto che ci fermiamo solo al comico, senza mai indagare sull’umoristico.

Meccanismo di difesa del nostro Io, o totale menefreghismo?

L’ironia è una tristezza che non può piangere e sorride

J. Benavento

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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