Il Vortice filosofico – Scegliere o non scegliere? Il (falso) dilemma di Kierkegaard

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Il Vortice filosofico – Scegliere o non scegliere? Il (falso) dilemma di Kierkegaard

Il Vortice filosofico - Scegliere o non scegliere? Il (falso) dilemma di KierkegaardChi non è mai stato pregato o consigliato di compiere scelte responsabili? Con tutta probabilità l’assunzione della propria responsabilità è una costante di tutti, o quasi, i processi educativi umani, e più in generale, un motto etico trasversale da sempre riecheggiato nei dibattiti politici, economici e sociali; ma in cosa si fonda la responsabilità? È senza dubbio la scelta il sostrato che la sostiene, ovvero quell’atto decisionale del singolo per l’una cosa piuttosto che per le infinite altre possibili. Esiste dunque, prima facie, un nesso intrinseco tra responsabilità e scelta: laddove la scelta sarà caricata di contenuto positivo si avranno come conseguenza prese di responsabilità “giuste”, mentre se scegliere sarà un decidersi per il negativo si otterranno mancanze di responsabilità, esiti degenerati dell’agire umano. La dialettica scelta-responsabilità sembra pertanto giocarsi tra il più e il meno, in uno schema valoriale dicotomico: ma, problematizzando ciò che appare come ovvio, senza scadere troppo rapidamente in ciò che si ha davanti, siamo davvero certi che basti compiere scelte per assumersi responsabilità?

Il Vortice filosofico - Scegliere o non scegliere? Il (falso) dilemma di Kierkegaard
Søren Kierkegaard (1813-1855)

Il filosofo danese Søren Kierkegaard può aiutarci a far sorgere in noi qualche grattacapo in più sulla questione: grande indagatore dell’instabile interiorità umana, egli focalizza un’ingente parte della sua attenzione filosofica alla portata della scelta umana, mettendone in luce aspetti non tautologici, ulteriori alle analisi comuni e capaci di spalancare un vero abisso sul quel paradigma binario scelta-responsabilità che a tutta prima ci era apparso come stabile e fisso.

È principalmente dalle pagine di uno dei suoi capolavori, Aut-aut, che Kierkegaard rivoluziona il senso del decidersi, infatti quando egli afferma che «la personalità, già prima di scegliere, è interessata alla scelta, e quando la scelta si rimanda, la personalità sceglie incoscientemente, e decidono in essa le oscure potenze» sta facendo un’operazione teoretica sconvolgente, controvertente il senso comune, postulando la scelta come un prius antropologico: il decidersi per il sì piuttosto che per il no di una cosa non è più l’operazione volontaria di un soggetto che in esso riversa la sua potenza creatrice, bensì diviene una condizione in cui quella stessa coscienza soggettiva si trova involontariamente immersa.

Nei termini della praticità quotidiana, in cosa questa visione del sapiente di Copenaghen contiene una portata innovatrice? Senza dubbio nell’aver mostrato come anche il non scegliere sia una scelta: non decidersi significa scegliere di non scegliere, e ciò non per incantare in qualche suggestivo gioco di parole avvinghiato nella negazione, ma per constatare la natura originariamente decidente della struttura umana.

Questa nuova mappa antropologica interiore mette in crisi il nostro nesso di partenza, mostra la precarietà della coscienza e la reale banalità della credenza di poter riempire di positività e negatività la scelta, e di conseguenza la responsabilità. La riflessione di Kierkegaard è capace di mettere in secondo piano le scelte “buone” e le responsabilità “giustamente assunteù” e di richiamare invece al solo ed essenziale fatto che siamo sempre nella scelta, anche quando tentiamo di staccarci da essa. La scelta è così la compagnia più inestirpabile dell’umano incedere, una facoltà diversa dalle altre in quanto non può non esercitarsi, ma sempre costretta a spingere sì e no dell’esistenza, in altre parole un vero fondamento della vita di ciascun individuo. Il filosofo non esita a descrivere in maniera dolorosa per l’uomo questa scelta, dicendo ad esempio, sempre dalle righe di Aut-aut, che

La sua (dell’uomo) libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una “possibilità che sì” e di una “possibilità che no” senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro.

Ecco quindi che con la riflessione kierkegaardiana si apre una spaccatura tra il pensare comune e il pensare la profonda complessità del reale: le invocazioni continue di prese di responsabilità si fanno meno chiare e, si spera, meno accettabili. Riuscire ad evidenziare come anche le assurdità sono sempre figlie dell’intreccio uomo-scelta svuota la retorica quotidiana e predispone all’esercizio filosofico della critica: è solo nello smontare il paradigma da cui siamo partiti che si è data a noi, ancora in minima parte, la complessità del fenomeno decisionale, e a ben guardare, una volta in più, la problematicità dell’uomo e delle sue relazioni col mondo in senso ampio.

Scegliere o non scegliere? È questo un falso problema. La vera questione, con Kierkegaard e molta altra filosofia, è l’impossibilità di scampare al prius costitutivo del decidersi, e con esso alla precarietà, al senso di instabilità, di indecisione e di spaesamento che attanaglia l’anima umana. È l’intero concetto di libertà, tanto battuto e caro all’umanità, che viene minato alle radici. Si deve ammettere che queste riflessioni di ordine etico non sono affatto utili per tracciare una via certa, tuttavia hanno il rodato merito di distogliere da sentieri banali, noiosi, avvinghiati su se stessi, e di portarci su tracciati nuovi, aperti agli infiniti orizzonti del pensiero, costruiti sulla vivacità della riflessione, al riparo dalla stanchezza degli schemi preconfezionati e dai rischi di dare per scontato ciò che tanto scontato non è.

Problematizzare l’ovvio non è un vezzo, bensì un dovere della Filosofia.

 

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

 

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