“March for Science”: in marcia per ricordare la importanza della scienza

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March for Science: in marcia per ricordare la importanza della scienza

March for Science è la marcia del 22 aprile organizzata negli Stati Uniti da alcuni scienziati e ricercatori che vogliono ricordare l’importanza della scienza contro i decreti varati dal presidente Donald Trump, che rappresentano un pericolo per la ricerca stessa.

Da sempre abituati a dividere il mondo in due non ci rendiamo conto di quanto in realtà tutto si presenta intimamente correlato. Dividiamo i “ricchi” dai “poveri”, gli “intelligenti” dagli “stupidi”, ma non siamo in realtà tutti quanti delle persone?
A ricordarcelo più spesso, forse miglioreremo il mondo in cui affoghiamo illudendoci di viverci bene.
In questa divisione insensata tendiamo a suddividere anche il mondo della scienza da quello “comune”, ma è davvero così?

Non è così per tutti coloro i quali vedono nella scienza la possibilità di migliorare le condizioni umane, le condizioni ambientali. Non è così per tutti quegli scienziati che il 22 aprile marceranno nella March for Science contro i decreti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Partita come un passaparola a colpi di click, le adesioni alla marcia sono state numerosissime: in occasione della “Giornata della Terra” gli scienziati vogliono ricordare quanto la scienza sia importante proprio per il nostro Pianeta.

Science, not silence è lo slogan che fa capo alla March for Science tra i cui organizzatori ci sono studiosi come Elizabeth Hadly, biologa all’Università di Stranford; c’è poi l’ex direttore del Goddard institute for space studies della Nasa, James Hansen.

Un paese – e nel caso americano, un governo – che ignora l’importanza della scienza mette in pericolo il benessere collettivo. Dalla Casa Bianca arrivano infatti dichiarazioni che hanno messo in allarme gli scienziati. Trump parla di “ambientalismo fuori controllo” perché a quanto pare questo impedisce la costruzione di nuove industrie per vendere macchine. Ancora una volta sembra che il centro d’interesse sia il guadagno, il profitto.

Ad allarmare maggiormente e quindi a mobilitare i ricercatori c’è anche il decreto varato dal presidente Trump verso la fine di gennaio, il Muslim ban con cui viene sospeso il programma di ammissione dei rifugiati redatto in precedenza dall’ex presidente Barack Obama. È vietato l’accesso negli Stati Uniti ai provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica, per la precisione: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria, Yemen. Il decreto colpisce anche i possessori della “green card“: verrà infatti valutato caso per caso a chi concedere il rientro negli Stati Uniti e a chi no.
Qual è la conseguenza per la scienza?
Il provvedimento colpisce la mobilità di molti scienziati molti dei quali – come ovvio che sia – provengono proprio da quei Paesi a cui è vietato l’accesso. Molti scienziati britannici sottolineano come queste restrizioni minacciano la collaborazione che intercorre tra gli Stati Uniti e tutto il resto del mondo.

La scienza infatti vive – e sopravvive – grazie all’interscambio. Non conosce razze né religioni, ma ingloba tutti in quella ricerca che cerca di migliorare le condizioni di vita sia del pianeta che dell’essere vivente che lo abita. I provvedimenti di Trump hanno innalzato invece un “muro“, una barriera che impedisce questo scambio vitale per la scienza e per l’individuo stesso. Oltre a questo tipo di impedimento, ce ne è anche un altro “fisico”, di tutti quegli studiosi che per meeting, convegni, ricerca e altro si spostavano da quei Paesi fino agli Stati Uniti.
A questo proposito la rivista Nature ha raccolto la testimonianza di questi scienziati, tra cui un genetista molecolare, Kaveh Daneshavar, che si ritrova in questo “limbo” a causa delle proprie origini iraniane.

Ma com’è possibile che oggi, nel 2017 ci si ritrovi ancora a parlare di “razza”? Perché ancora non ci si rende conto che basta guardarsi negli occhi per abbattere ogni tipo di finta differenza razziale?
Daneshavar era stato invitato a un meeting di biologia – in programma tra un mese – ma la sua partecipazione rimane un’incognita.
Il motivo? Semplice: teme che se lasciasse gli Stati Uniti – in cui sta completando un postdoc – per partecipare al convegno, gli venga poi negata la possibilità di rientrare in patria per le sue origini persiane.
E questa è solo una storia riportata: c’è anche il dilemma dell’italiano Luca Freschi che in Quebec si occupa di genetica dei microrganismi, il quale dovrebbe andare a lavorare negli Stati Uniti, ma sua moglie è di origini iraniane. Cosa potrebbe accaddere alla sua famiglia se andasse negli USA?

Nel frattempo cosa accade nel nostro Paese?

Anche qui ci si mobilita per ricordare l’importanza della scienza: Science March Italy è un gruppo di ricercatori, scienziati, formatosi dopo la nascita dei profili della marcia negli Usa. Ancora agli albori, questa organizzazione prevede una marcia sempre per il giorno dedicato alla terra, il 22 aprile. Ricordando l’interconnessione della scienza, viene sottolineata la gravità e il pericolo insito nei decreti del presidente degli Usa, come trattare problemi climatici in modo superficiale e sulla base di mere opinioni.

March for Science non è solo una protesta, ma è il proteggere la scienza stessa dall’oscurantismo e dalla divisione dal resto del mondo.
Siamo evoluti per una ragione, e questo movimento vuole ricordarcelo!

Vanessa Romani per MIfacciodiCultura

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