I Grandi Classici – “Il sentiero dei nidi di ragno”, romanzo e valore della Resistenza italiana

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Nel 1947, Cesare Pavese recensì sull’Unità Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, che era appena stato pubblicato da Einaudi. Anche i grandi talvolta sonnecchiano e Pavese incorse nel più classico di promo giornalistici, sbandierando la vittoria di Calvino al concorso letterario di Riccione (e la bocciatura a quello Mondadori) come rafforzativo mastrotiano ante litteram del romanzo.

Inoltre, Pavese fu involontariamente comico, sottolineando che il romanzo è «il più bel racconto che abbiamo sinora sull’esperienza partigiana», per poi aggiungere subito dopo «Non ce ne sono stati altri». Il che, all’epoca, era assolutamente vero, poiché la Seconda Guerra mondiale era appena finita e come tutto andava rifondato, così era anche per la letteratura ed il romanzo, che dovevano ri-trovare le chiavi espressive, scegliere una linea e godere almeno di un minimo di distanza storica dai fatti, enormemente drammatici nonché vissuti in prima persona. Oggi, la situazione è ovviamente diversa: innanzitutto perché il romanzo di Calvino non è più l’unico sull’esperienza partigiana e su tutti pensiamo alle opere di Vittorini e Fenoglio (veramente, Uomini e no era stato pubblicato già nel 1945), in secondo luogo perché Il sentiero dei nidi di ragno è stato ampiamente dibattuto e analizzato, tanto che le edizioni attuali riportano l’articolo di Pavese come postfazione, e includono una prefazione-riflessione dello stesso Calvino, risalente al 1964 (e la stesura stessa del romanzo che si può acquistare oggi è del 1964): tanto che è difficile trovare qualche cosa di innovativo da dire sulla storia di Pin.

Il sentiero dei nidi di ragno

La prefazione di Calvino è particolare, perché inizia più volte ed in modi diversi, in un gioco intellettuale dello scrittore alle prese con se stesso, alla ricerca del modo corretto di interpretare, a distanza di qualche lustro, quanto scritto. Allo stesso modo, la trama si potrebbe riassumere in molti modi, ognuno dei quali influenzerebbe l’interpretazione: cerchiamo, allora, di essere il più neutrali e sintetici possibile, e diciamo soltanto che viene narrata la storia di Pin, bambino senza genitori che vive in un carrugio, il tipico vicolo della riviera ligure, assieme alla sorella che si prostituisce. È il tempo della resistenza partigiana e in modo rocambolesco Pin, che vive in un mondo borderline tra l’infanzia violata ed il mondo di adulti insensibili e brutali in un tempo intriso d’odio e violenza, viene catapultato proprio in un distaccamento partigiano particolarmente eterogeneo e composto in prevalenza di relitti umani, dove le cose prenderanno ben presto una piega inaspettata e drammatica, sino ad un finale consolatorio ma molto malinconico.

Alcune cose sono necessarie da dirsi assolutamente, nonostante Calvino stesso nella Prefazione dica «Per questo, i discorsi sulla letteratura mi dànno sempre più fastidio, quelli degli altri come i miei» (non possiamo che essere d’accordo): che il romanzo si inserisce in una corrente neorealista che rappresenta «un fatto d’arte, ma anche un fatto fisiologico, esistenziale». Poi, dobbiamo notare che il neorealismo di Calvino e sodali non fu una scuola, e che d’altronde tutta l’opera successiva di Calvino si distaccherà enormemente da questa prima esperienza (a parte Ultimo venne il corvo), ma che qui, per ora, la rappresentazione immediata ed oggettiva dei fatti comporta due conseguenze: una particolare rilevanza del lessico, sotto il profilo della commistione lingua-dialetto-gergo, da un lato, e la necessità di un tratteggio a linee forti, marcate, per i numerosi personaggi, che proprio per questo finiscono per essere superficiali, più maschere che persone a tutto tondo, una pletora di figure quasi monodimensionali – perché filtrate tutte attraverso gli occhi di Pin, di un bambino sperduto e confuso che individua le persone attraverso un unico tratto distintivo. Il Mondo quindi, di Pin ma anche degli adulti, ma anche dei partigiani in lotta inconsapevole, senza coscienza sociale, di classe e politica, è un calderone ribollente di umanità angosciosa e angosciante: Pin è, anche, un Peter Pan volgare, sboccato, sull’orlo di una crisi di nervi, alle prese con una decodifica quasi impossibile, che fa tutto per essere amato in un mondo che di amore è totalmente privo, e Il sentiero è anche una triste fiaba.

Poi, ovviamente, c’è la Resistenza: che è una tematica e anche un personaggio, che rappresenta anche un limite dato che Calvino non è riuscito a sopprimere la tentazione di inserire un intero capitolo “politico”, forzoso e separato dal corpo del romanzo, il capitolo IX, didascalico e propagandistico, commissario Kim tiene una vera e propria orazione politica.

Ma, ovviamente, l’intento e la forma didattico-didascalica non sono realmente un limite, visto che la tematica è quella della Resistenza: tra Hemingway e Vittorini, con un’esperienza vissuta che non poteva non diventare letteratura, e per giunta in un’opera prima, esaurendo tutto il combustibile (neorealista) che avrebbe potuto bruciare per un’intera carriera letteraria nelle prime 200 pagine (di una carriera letteraria che sarà straordinaria), Calvino non poteva non aver un intento programmatico, «combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti di una Resistenza agiografica ed edulcorata».

Potrebbe avere una colonna sonora, Il sentiero dei nidi di ragno: per noi, sarebbe quella Ma mi di cui abbiamo accennato in passato, parole di Strehler e interpretazione di Jannacci, che danno conto senza giustificazione di quanto di male e di nefando fu commesso anche dai partigiani. Perché «anche chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di  riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attiva quali voi non potrete mai sognarvi di essere!».

Perché la Resistenza, ora come allora, è un valore: oggi che si stanno vergognosamente preparando le contromanifestazioni neofasciste avverse alla Festa della Liberazione, Il sentiero dei nidi di ragno era l’unica scelta possibile, obbligata, per il nostro Grande Classico del 25 aprile.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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