Storia di un Veronese nella Venezia dei Dogi: le gioie e i fasti della pittura decorativa di Paolo Veronese

Storia di un Veronese nella Venezia dei Dogi: le gioie e i fasti della pittura decorativa di Paolo Veronese

Autoritratto 1558-63 The Hermitage di San Pietroburgo

Paolo Caliari (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588) detto Veronese, dalla sua nativa Verona, fu uno dei grandi interpreti del secondo Rinascimento veneziano assieme a Tiziano, Jacopo Bassano e Tintoretto.

Originario di un centro minore dei domini della Serenissima, Paolo Veronese unì la tradizione pittorica veneziana di Mantegna, dei Bellini e di Giorgione a quella dei manieristi Giulio Romano, attivo a Mantova dopo il Sacco di Roma, Correggio e Parmigianino. Diede sempre grande importanza al disegno – aspetto insolito per Venezia che era famosa per la sua scuola del colore in contrapposizione alla scuola del disegno toscana. Si staccò inoltre dal tonalismo di Tiziano con una tavolozza fatta di colori brillanti e vivaci, che Veronese, accostandoli e contrapponendoli, faceva diventare parte delle sue raffinate architetture illusorie di interni ed esterni, elemento ricorsivo delle sue tele fino agli anni Settanta del Cinquecento.

Madonna in gloria con bambino e santi, 1565, Pala d’altare per il presbiterio di San Sebastiano,

Dopo commissioni a Verona e a Castelfranco, tra il 1552 e il 1555 Paolo Veronese era nella Mantova del cardinale Ercole Gonzaga per la pala Sant’Antonio abate tentato dal demonio destinata al Duomo cittadino rinnovato da Giulio Romano.

Nel 1553 giunse nella Venezia del Doge Francesco Donà, in carica dal 1545 al 1553, che aveva ordinato importanti interventi di abbellimento della città lagunare, proprio mentre a Trento si stava svolgendo il famoso Concilio (1545 – 1563) convocato per porre fine allo scisma protestante.

Come collaboratore di Giambattista Ponchino, rientrato da Roma, Paolo Veronese lavorò alle tele per i soffitti delle tre sale del Consiglio dei Dieci di Palazzo Ducale. In sequenza furono terminate, la sala dell’Udienza, quella della Bussola, che fu eseguita interamente da Paolo entro il 1554 secondo il programma iconografico di Daniele Barbaro che esaltava il buon governo della Serenissima, e quella dei Tre capi, dove trionfava il bene sul male

Nel 1555, il Veronese cominciò a lavorare all’impresa che rappresentò l’apice della sua espressione pittorica: le tele per la Chiesa cinquecentesca di San Sebastiano dello Scarpagnino. La decorazione lo tenne impegnato per i vent’anni a seguire.

Nel 1556, assieme ad altri sette pittori manieristi, fu chiamato dalla Serenissima per realizzare ciascuno tre tondi inerenti le Arti Liberali, da inserire nel soffitto della Sala d’Oro della Libreria Marciana: l‘Onore, l’Astronomia, l’Armonia e la Menzogna, la Musica. Narrò il Vasari che Tiziano alla vista dell’opera del Veronese gli assegnò il premio previsto, una collana d’oro, e lo abbracciò pubblicamente.

Allegoria della Battaglia di Lepanto, 1571 Palazzo Ducale

Su Paolo Veronese cominciarono a “piovere” commissioni, soprattutto da enti religiosi veneziani, ma indubbiamente la più celebre fu in realtà la leziosa e luminosa decorazione illusoria della Villa Barbaro a Maser (TV), costruita da Palladio, il vicentino “archistar” nel 1558, per i fratelli Daniele e Marcantonio Barbaro. Il lavoro lo occupò circa un anno tra il 1560 e il 1561 e fu il preludio delle grandi tele raffiguranti le Cene di Cristo, la più famosa delle quali fu il Convito in casa Levi, opera destinata al convento domenicano dei Santi Giovanni e Paolo. L’ambientazione palladiana e l’impianto compositivo, dove si svolgeva il ricco e affollato convito in stile cinquecentesco e che dava un’interpretazione eccessivamente profana di un tema biblico, avevano indignato l’Inquisizione. Il 18 luglio 1573 quest’ultima convocò Paolo Veronese, accusato di aderire alle idee riformiste dell’Europa del Nord, che però difese la propria libertà creativa e accettò di modificare solamente il titolo dell’opera che da Ultima cena prese il nome di Cena in casa di Levi.

Due incendi di Palazzo Ducale, rispettivamente la notte dell’11 maggio 1574 e quella del 20 dicembre 1577, furono occasione per Paolo Veronese di ulteriori commissioni al suo interno, rispettivamente la decorazione a soffitto della sala del Collegio, celebrazione del buon governo, della Fede e delle Virtù della Serenissima e il Trionfo di Venezia della Sala del Maggior Consiglio, ultima opera del Veronese decorativo.

Cristo nell’orto, 1583, Pinacoteca di Brera

Nel 1576 Venezia fu vessata dalla pestilenza che si abbatté sulla città e che fu interpretata dalla comunità religiosa cittadina come la punizione divina per i costumi liberi e libertini veneziani e per l’incapacità della Serenissima di risolvere il problema turco. Questo clima si riflesse nella compostezza e severità delle tele drammaticamente intense di Paolo Veronese, che fece del tema cristologico, di quello mariano e delle storie dei Santi gli elementi centrali della sua ultima produzione.

La straordinaria e incredibilmente prolifica mano di Paolo Veronese godette di grande fama tra i sovrani e nobili europei a cominciare da Rodolfo II di Praga nel Cinquecento, passando per l’incredibile acquisto da parte del Duca di Buckingham delle dieci tele raffiguranti episodi di Vecchio e Nuovo Testamento, una delle ultime produzioni del Veronese, fino agli spogli napoleonici di opere che tuttora si trovano in Francia.

Eulalia Testri per MIfacciodiCultura

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By on aprile 19th, 2017 in Articoli Recenti, Visual & Performing ARTs

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