Manu Invisible cala la maschera e racconta il suo percorso artistico

Manu Invisible cala la maschera e racconta il suo percorso artistico

Manu Invisible è lo pseudonimo di un noto e talentuoso street artist di origini sarde, ora residente e Milano e attivo nel panorama artistico europeo. Non ne conosciamo l’identità poiché cela il suo volto con una maschera, ma le sue opere rivelano tanto del percorso che ha intrapreso e del suo modo di intendere l’arte come potentissimo mezzo di comunicazione: lo spettatore diventa attore e parte integrante del progetto artistico in quanto gli attribuisce un significato personalissimo veicolato dalle proprie esperienze di vita.

Manu Invisible

Nel capoluogo sardo dove si è formato  frequentando il liceo artistico Foiso Fois, ha contribuito con i suoi lavori ad impreziosire importanti edifici pubblici, tra gli altri il carcere minorile di Quartucciu e il Contamination LAB, incubatore d’impresa dell’Università di Cagliari. Ha poi preso parte a diversi progetti espositivi e collettive come quella alla galleria Mya Lurgo di Lugano e alla Neurotitan Gallery di Berlino.

Non meno importanti sono le opere che riqualificano gli anonimi spazi urbani, i non-luoghi e le infrastrutture trasformandoli così in vere e proprie tele e cielo aperto: ponti, cavalcavia su strade a scorrimento veloce, cabine elettriche, o recentemente i blocchi di cemento armato antiterrorismo nella città di Milano.

Artista poliedrico e votato alla sperimentazione, Manu Invisible alterna la street art al muralismo e a opere di piccolo formato su supporti di materiali differenti senza l’ausilio di stencil, utilizzando una pittura alla farina di quarzo finissima e vernici spray professionali.

Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per porgli alcune domande sul suo lavoro.

Raccontaci come si è evoluto il tuo percorso artistico, dai cavalcavia sulle Statali Sarde alle  strade di Londra.

È nato tutto molto spontaneamente per poi diventare un vero e proprio lavoro. Mi sono cimentato prima a livello cartaceo con delle bozze preparatorie e in un secondo momento, dall’età di 14 anni in maniera più continuativa, ho elaborato un percorso che va dal mondo del graffitismo a quello della decorazione di spazi interni  passando per i filoni della street art e del muralismo, correnti che mi hanno sempre affascinato, influenzato e rappresentato  poiché provengo da un paese in cui il Muralismo è noto sin dagli anni ’60.

Quanto è stato complicato farti accettare come un vero e proprio artista dall’opinione pubblica che spesso etichetta quelli come voi degli “imbratta muri”?

Influence, Camden Town (Londra)

È stato un percorso duro e travagliato: molti conoscono il mio calvario con la corte di cassazione di Roma, ma ho avuto diversi problemi con la legge tutti risolti con una vittoria sia personale che professionale. La legge 639 del Codice Penale sull’imbrattamento ha subito delle modifiche: ora si parla di imbrattamento e deturpamento che, essendo permanente, aggrava la situazione del denunciato. Sostanzialmente per la legge non c’è distinzione tra chi fa arte e chi realmente danneggia un immobile.
Il parere del pubblico è stratificato così come tutto il mondo dell’arte e l’accettazione di una corrente artistica piuttosto che un’altra è legata ad un più profondo discorso culturale: se i fruitori non hanno un bacino di conoscenze tale da comprendere la street art, si auto-escludono da una delle espressioni artistiche più importanti di sempre.

Parlaci del tuo ultimo lavoro a Londra, Influence.

Influence è stata un’opera supportata dall’agenzia Global Street Art, con sede a Londra ma operativa in tutta Europa, che mi ha dato carta bianca per la realizzazione di un lavoro su una parete di quasi 90 mq a Camden Town. Fondamentalmente simboleggia la condizione di precarietà tra Unione Europea e Regno Unito a causa della Brexit, che calpesta i valori della contaminazione culturale. A mio avviso l’Europa è un continente che quotidianamente e incessantemente viene influenzato.

Per quale motivo hai deciso di celare la tua identità indossando una maschera? Qualcuno ti ha mai accusato, per questo, di aver emulato Banksy?

Tengo la maschera ogni qualvolta realizzo un’opera o mi espongo pubblicamente: è un modo per tutelare la mia vita privata dopo essere stato sempre perseguitato per il reato di imbrattamento secondo l’art. 639 del Codice Penale.
Quello dell’anonimato è un escamotage usato nella storia da artisti e musicisti, per citarne alcuni i Daft Punk, gli Slipknot, a suo modo addirittura Mina decise a un punto della carriera di non esporsi più attraverso la propria immagine.
È un fenomeno di gran lunga antecedente sia al caso di Banksy che al mio, quindi ritengo che il mondo sia un grande calderone di idee al quale tutti attingiamo e che la differenza stia nel modo in cui ogni artista esprime se stesso; infatti credo vivamente che l’essenziale sia da ricercare in ciò  che si intende comunicare e non nell’apparenza dell’aspetto fisico.

Che messaggio vuoi trasmettere con le tue opere, spesso già molto eloquenti quando si tratta di singole parole?

Nel mio ultimo periodo artistico che ho chiamato Lapidario scelgo parole o brevi aforismi che racchiudono un valore semantico importante per la nostra società e che comunicano degli stati d’animo, messaggi sociali e valori ormai persi. Ma il messaggio è filtrato dall’esperienza di ogni singolo fruitore. La parola Resilienza, oggetto di uno dei miei lavori, è universale, forte e carica di significato,  ma acquisisce il valore che ognuno di noi vuole attribuirle.

www.manuinvisible.com

 

Laura Pani per MIfacciodiCultrura

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By on aprile 19th, 2017 in Articoli Recenti, Interviews, Visual & Performing ARTs

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