Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Peter Ustinov, Quo vadis, cinema?, o dello scivolare epocale nell’oblio

Ustinov nel ruolo di Nerone in "Quo vadis?"
Ustinov nel ruolo di Nerone in “Quo vadis?”

Ci sono storie, generi e personaggi che sono, per quanto geniali ed in un certo senso immortali, strettamente legati ad un’epoca storico-culturale, a modi di concepire l’esistenza definitivamente trascorsi in modo irrimediabile. Il giallo di Agatha Christie è tra questi, necessitando di una upper-middle class con venature nobiliari di cui non v’è più traccia, così come ha ormai assunto i tratti della creatura mitologica una delle creature più note della scrittrice, quel Hercule Poirot sospeso nel tempo, in una condizione apparente scevra di legami e incombenze terrene che gli consente una dedizione totale all’investigazione, unita a genialità ed acume senza pari, conoscenza dell’animo umano ed una filosofica imperturbabilità impossibile da trasporre ad oggi.

Parimenti, sarebbe assai difficile trovare un degno interprete di tali storie e personaggi: per dirla con un luogo comune, di Peter Ustinov non ne fan più, e infatti l’attore britannico resta il più grande Poirot della storia del cinema, avendo recitato in Assassinio sul Nilo, Delitto sotto il sole, Agatha Christie: 13 a tavola, Agatha Christie: Caccia al delitto, Agatha Christie: Delitto in tre atti e Appuntamento con la morte. Personalmente, ho un certo rammarico che Ustinov non abbia interpretato anche Assassinio sull’Orient Express, che ha visto nei panni del piccolo e corpulento ispettore belga prima Albert Finney (1974) e poi il mio sosia Alfred Molina (2001).

Peter Ustinov nasce a Londra, buon per lui, il 16 aprile del 1921, e ci lascia il 28 marzo del 2004 in Svizzera, evidentemente un buon posto per morire e sicuramente ottimo per non pagare troppe tasse. Tra le due date, è attore cinematografico, regista, produttore e sceneggiatore: già “solo” per questo, per ammettiamo che per Ustinov è stato speso spesso e con ragione l’aggettivo ‘eclettico’, ma in realtà tale valutazione trova giustificazione ancora maggiore se pensiamo alla facilità con cui riusciva a passare da personaggi positivi a fortemente negativi, e da ruoli drammatici a commedie brillanti.

topkapi-luce-giorno-f327ded7-d9fc-4232-8f61-9a388a33613dAhinoi, viviamo in un periodo in cui i compilatori di lemmi non hanno nemmeno il sospetto che Billy Budd non è soltanto uno degli otto film diretti da Ustinov, ma ben prima uno dei romanzi più famosi (sic!) di Herman Melville; la sua filmografia, comunque, vanta come fiori all’occhiello Spartacus di Stanley Kubrick e Topkapi (tratto da un romanzo di Eric Ambler), che gli valsero entrambi il premio Oscar quale migliore attore non protagonista: e poi Quo vadis?, Sinuhe l’egiziano, Io, Beau Geste e la Legione straniera, Lord Brummel, La fuga di Logan e L’olio di Lorenzo, ossia una gamma vastissima di generi e stilemi per oltre 40 film.

Ustinov si dedicò anche alla lirica come regista, intraprese una carriera da scrittore (soprattutto per bambini), e per i bambini si impegnò attivamente con l’UNICEF a partire dal 1969, fu rettore dell’Università di Dundee e Chancellor di quella di Durham; nonostante la cittadinanza svizzera ottenuta per motivi fiscali alla fine degli anni ’60, nel 1990 venne insignito del titolo di baronetto.

Evidentemente, non era possibile all’Inghilterra pensare a un Peter Ustinov che non fosse Sir, e noi concordiamo perfettamente: era un inevitabile suggello ad un’epoca e ad un concetto di stile britannico che, come i romanzi di Agatha Christie, sta lentamente scivolando nel ricordo e nel mito. Sean Connery, David Niven, Peter Sellers rappresentano ancora, ma non per molto, delle icone di stile e compostezza, di talento e cultura che potevano a buon titolo incarnare dei personaggi esemplificativi di un’epoca (con tutte le sue meraviglie e le sue miserie, e realtà e le apparenze), cosa impossibile ad esempio alle trasposizioni attuali: pensiamo ai riuscitissimi, spettacolari e godibili Sherlock Holmes di Robert Downey Jr. in cui l’ambientazione è soltanto una scenografia digitale e l’aderenza al personaggio è quella dell’acquisizione di un brand.

Colin Firth
Colin Firth

Pur apprezzandone le indubbie doti e non volendo in alcun modo indulgere alla nostalgia, non ci pare che gli Hugh Grant o gli Ewan McGregor possano tenere il confronto con David Niven e Sean Connery: essendo palese che un immenso Goeffrey Rush e un Sir Ian McKellen non possano essere ascritti a rappresentanti della cinematografia britannica del XXI secolo, il ruolo di stella più fulgida è però ben occupato da Colin Firth, cui nessun traguardo interpretativo è precluso, mentre nutriamo grandi speranze (Great Expectations) in Benedict Cumberbatch.

Il gap generazionale è, comunque, incolmabile, e i paragoni tra stelle di epoche diverse sono sempre e comunque arbitrari, ingiusti e vagamente insensati: abbiamo perso di vista tweed e cravatta a farfalla, e viviamo nel terrore che qualcuno voglia appropriarsi del brand di Hercule Poirot e mettere assieme una rocambolesca adrenalinica porcheria alla Holmes/Downey. «Prima avevamo un sacco di domande senza risposte. Ora, con l’avvento dei computer, abbiamo un sacco di risposte senza domanda» – Peter Ustinov, ossia a ciascuno il suo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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By on aprile 16th, 2017 in Articoli Recenti, SCREENs

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