I Grandi Classici – “La Nausea”, Sartre e lo stato di coscienza dell’uomo contemporaneo

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Jean-Paul Sartre

Al di là delle bizze più o meno giustificate e meno o più coerenti di Bob Dylan sul ritiro del premio Nobel, che cosa può spingere un artista a rifiutare un premio importante? Parliamo di un premio Nobel, rifiuto che era stato preceduto da quello della Legion d’Onore e, per non farsi mancare nulla, seguito da quello della cattedra al College de France. Stiamo parlando, naturalmente, di Jean-Paul Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980), che per quanto riguarda il rifiuto del Nobel si spiegò – non giustificò – asserendo che solo a posteriori, ossia dopo la morte, sia possibile esprimere un giudizio sull’effettivo valore di un letterato. D’accordo o meno che ci si trovi con tale posizione tranchant, si deve comunque ammettere che essa ha le sue ragioni e ragionevolezze. Nondimeno, stiamo parlando dell’autore de La Nausea (1938) e quindi abbiamo l’altrettanto ragionevole dubbio che la questione fu liquidata dallo scrittore in maniera ragionevolmente diplomatica, ma che non si esaurisca qui. «Sartre ha vissuto la nausea e doveva scriverla», disse lo scrittore J.N.G. Le Clézio, e non possiamo che dichiararci d’accordo: ma proprio per il fatto di averla vissuta, la nausea, al di là degli in fingimenti letterari che ogni autore mette in atto, è logico ritenere che questo stato d’animo esistenziale non abbandoni chi lo prova, che cali e avvolga come un mantello che non si può togliere che ne è stato colto, alla sprovvista, sempre alla sprovvista, e che quindi condizioni l’intera esistenza come, appunto, uno stato d’animo profondamente esistenziale. Interessante il fatto che inizialmente l’opera dovesse chiamarsi Melancholia, in omaggio ad un famosa incisione di Dürer, titolo però provato poco accattivante per il lettore dall’editore Gallimard.

Sartre è non a caso uno dei più importanti esponenti della corrente dell’esistenzialismo: Heidegger, Jaspers Arthur Schopenhauer, Giacomo Leopardi, Friedrich Nietzsche; ma è Jean-Paul Sartre a rendere celebre il termine nel lessico filosofico e nell’accezione popolare, con la sua conferenza L’esistenzialismo è un umanismo. Pensiamo quindi che la nausea abbia pervaso le scelte di Sartre come pervade il romanzo omonimo: che poi romanzo, propriamente, non è, trattandosi di una sorta di diario privato di un intellettuale sradicato, tecnicamente a cavallo tra la forma diaristica/epistolare in voga nel secolo precedente, ed il libero flusso di coscienza sperimentato da Joyce prima nell’Ulisse e poi nel Finnegans Wake – per quanto la critica abbia voluto trovarvi l’appartenenza anticipatrice al noveau roman (che comunque non è identificabile in un movimento letterario vero e proprio).

I Grandi Classici - La Nausea, Sartre e lo stato di coscienza dell'uomo contemporaneo

La Nausea, quindi, è un diario filosofico, di Antoine Roquetin: che vive in una camera d’albergo, scrive a casaccio una monografia minore, va saltuariamente a letto con una barista, si sente male, si sente confuso, si sente sradicato – si annoia in una solitudine granitica. Il noveau roman presenterà poi come nuove le istanze rifiuto del personaggio e delle normali vicende per focalizzarsi sulle caratteristiche della realtà che esulano dalla soggettività umana, la descrizione con dovizia di particolari gli oggetti e la realtà esterna, evidenziare la condizione dell’uomo nella società moderna, basata sull’industrializzazione, la tecnologia, la scienza. Indipendentemente dal milieu, i protagonisti de Gli Indifferenti oppure Antoine Roquetin provano la stessa cosa: l’essere circondati da un mondo chiuso, dal quale sentirsi lontanissimi. Roquetin prova disgusto per gli pseudoindividui che lo circondano, «irritanti nella loro rispettabilità stereotipata e nella loro spocchia», indifferenti agli altri e a loro stessi e tutti, indistintamente, incapaci di stabilire rapporti umani: mancando questi, cosa mai giustifica l’esistenza? L’appiattimento portato a sistema, a desiderio programmatico: secondo principi entropici, ambiamo a livellare ogni differenza in nome dell’ottusa sicurezza: perché «che cosa c’è da temere da un mondo così regolare?»

Anche loro, per esistere, hanno bisogno, di riunirsi (…) tutti questi tipi passano il loro tempo a spiegarsi, a riconoscere felicitandosene che sono della stessa opinione. Quanta importanza attribuiscono, mio Dio, a pensare tutti quanti le stesse cose.

Sembra il commento ad una riunione politica, della Lega o del PD non importa, o un summit di un Ultras Club, il che è quasi la stessa cosa. Svevianamente, Roquentin parla di inettitudine, ed ha perfettamente ragione.

Roquentin è così colto da un horror vacui: che prende forma della nausea, un disgusto di tutto, degli uomini certo, ma anche delle cose, che sempre più appaiono accessorie e non necessarie. L’uomo del XVIII secolo ambiva alla libertà di pensiero: una volta ottenuta, ci sarebbe voluto il pensiero e invece l’uomo del XX si accorge subliminalmente che anche il pensiero è vuoto, nulla, e perciò lo riempie con tutto. Quindi la nausea è ovunque e in tutto, sorta di principio creatore come l’acqua di Talete, come l’aria di Diogene e Anassimene: la realtà riempita di vacuo essere diventa nauseabonda.

I Grandi Classici - La Nausea, Sartre e lo stato di coscienza dell'uomo contemporaneoÈ possibile, certo, vivere senza aver letto Sartre e La Nausea: ma l’avvilito smarrimento che ci coglie in continuazione a vedere la disuguaglianza sociale teorizzata come obiettivo programmatico, l’incoerenza, l’assenza di rispetto, di empatia, di pensiero, i volti distorti dalla sete di violenza gratuita e impune, tutto questo e altro ancora con Sartre trova una chiave di lettura e, quantomeno, una volta trovatala ci sentiamo per un attimo meno soli.

Il bello di Sartre è che non c’è salvataggio in extremis, non c’è redenzione né accettazione: se ci sono, sono illusorie. Se la religione trova salvezza nella fede e se Proust (e molti, moltissimi altri) pensavano che l’uomo potesse essere salvato dall’arte, Roquentin rimane saldo nella convinzione che dall’esterno non può arrivare salvezza.

Ed ecco: da quel momento la Nausea non m’ha più lasciato, mi possiede. La Nausea non è in me: io la sento laggiù, sul muro, sulle bretelle, dappertutto introno a me. Fa tutt’uno col caffè, son io che sono in essa.

Ovviamente, coma la quasi totalità dei pensatori, Sartre/Roquetin vorrebbero annullarsi, «non esser altro che un po’ di freddo», il che è il risultato della coscienza/conoscenza. Solo un personaggio, l’amica di Roquentin, Anny, trovava bellezza e salvezza nei momenti perfetti, o per dirla con Gide con l’atto gratuito: ma Anny, forse amore, forse amicizia, solo possibili quando son perdute, non c’è, non c’è più.

Niente salvezza, nessuna redenzione.

Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso.

Anne Herbert

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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