Invisibili, le donne del Pakistan che vorrebbero vivere – Il caso di Wajiha Arooj

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È appena stata confermata in appello la sentenza a favore di Wajiha Arooj, donna di 38 anni, di cui 17 spesi per una battaglia legale contro l’università. In Punjab, a Lahore, un professore le aveva segnato per sbaglio l’assenza ad un esame, dandolo per non superato. La scuola riferì al padre di non essere a conoscenza delle attività della figlia e di dove lei si trovasse quel giorno. Un fatto quasi insignificante in Europa: eppure per il Pakistan è tutta un’altra storia. In questo contesto, considerato anche che le femmine escono solo se accompagnate, la reputazione di Wajiha Arooj era gravemente in discussione. Lei fa causa all’università. Quattro mesi dopo, compare in tribunale il foglio del suo esame, la registrazione dell’assenza era dovuta ad un errore degli insegnanti. L’istituto ha pubblicato il reale risultato, rettificando il precedente. Ma ormai per la giovane era impossibile riacquistare il rispetto e la riabilitazione sociale. I genitori decidono di darla subito in sposa; studi bloccati e sogni di carriera cancellati. Trasferita in Canada, prosegue comunque l’azione giudiziaria fino alla sentenza. L’alta corte di Lahore ha ordinato all’università di pagarle 800mila rupie pakistane per danni, sentenza confermata anche in appello nel marzo 2017. L’istituto scolastico, neanche a dirlo, ha richiesto un’ulteriore revisione della sentenza, ma fino ad ora si considera già una vittoria.

Localizziamolo: in Asia, tra il conflittuale Afghanistan e la grande India, si trova la Repubblica islamica del Pakistan, l’unico paese ad essere stato creato in nome dell’Islam. È il sesto stato più popoloso al mondo, con oltre 199milioni di persone ed un affaccio sul mar Arabico. Settima forza armata mondiale, detiene anche le nucleari, ed è considerata una delle economie in maggior crescita. I suoi territori sono stati la culla della civiltà, abitati da diversi popoli tra cui indù, indo-greci, musulmani, turco-mongoli, afgani e sikh, impero indiano, persiano, inglese e califfato omayyade arabo.

In questo potpourri di etnie e tradizioni, si è imposto il sistema patriarcale, tuttora

vigente. La struttura sociale del paese si divide nella popolazione urbana, nelle comunità rurali dove la terra è posseduta da pochi landlords – come da classico feudalesimo –, ed infine nei clan tribali (sistema delle Jiirgas).

Nonostante l’avanguardia tecnologica e militare, persistono costumi alquanto anacronistici come i matrimoni forzati ed il watta-satta: uno scambio in cui la figlia è obbligata a sposare un uomo vecchio ed il padre riceve una giovane moglie. La violenza domestica è normale, in quanto la femmina è considerata proprietà dell’uomo. Continuano ad essere perpetrati i delitti d’onore (kala-kali in Punjab), l’uccisione con le pietre e la  sfigurazione con l’acido. Un problema quest’ultimo di cui non si parla perché “peggiora l’immagine del Paese e per questo viene messo a tacere, spazzato sotto al tappeto”. Musarrat Misbah è un’imprenditrice pakistana di Karachi, che ha dedicato parte della sua vita nell’aiuto e recupero dei sopravvissuti: nel 2005 ha creato la Depilex Smile again Foundation, che oggi conta circa 25 saloni di bellezza. Tutti i suoi negozi assumono vittime di aggressioni e con la raccolta di fondi offre trattamenti medici a quante vengano rese irriconoscibili dalle sostanze corrosive.

Secondo l’ultimo rapporto annuale della Commissione per i diritti umani, in Pakistan ogni due ore una donna viene stuprata, ogni otto subisce una violenza di gruppo. La maggior parte teme di parlare e meno del 4% dei casi termina poi con una condanna. Poco o nulla è stato fatto in tema legislativo: nonostante nel 2011 sia stata promulgata la legge su controllo e prevenzione dei crimini con l’acido, le aggressioni continuano. Sono rimaste in vigore le norme in base alle quali le vittime di stupro possono essere condannate per adulterio. Non esiste uguaglianza nè tutela legale; manca una normativa contro l’incesto ed un sistema giudiziario penale imparziale (Rapporto Annuale Amnesty International 2016).

Le donne hanno una posizione di inferiorità in famiglia, in società ed anche dinanzi ai giudici. Colei che denuncia deve essere sostenuta dalla parola di quattro testimoni oculari, che siano buoni musulmani attendibili. In caso contrario, la sua deposizione non ha alcun valore e rischia le condanne per adulterio o prostituzione (zina), punite con frustate e lapidazione.

Come sancito dalla Costituzione, il potere giudiziario è esercitato dai tribunali nazionali, al cui vertice si colloca la Corte Suprema della capitale Islamabad. Per le questioni riguardanti il diritto di famiglia o di successione, le controversie vengono risolte in apposite sezioni. La Corte federale della Sharia mantiene il compito di valutare la compatibilità tra le leggi dello Stato e il diritto sunnita. Infine, i Consigli degli Anziani detti Jiirga, che nelle province indipendenti del Nord-Ovest sono le uniche istituzioni giudiziarie, esercitano il potere decisionale nelle dispute riguardanti terra, acqua, accuse di disonore, omicidi e faide.

In forte aumento anche prostituzione e traffico di esseri umani, oltre alla secolare tradizione del cedere spose-bambine al clan rivale per sanare scontri, tensioni e lutti (Jiirga system). Soprattutto nelle regioni tribali, quelle appunto nord-occidentali vicine al confine con l’Afghanistan, dove si trovano i santuari di Al Qaeda e dei Talebani, in cui le Jiirga decidono sulla base del diritto islamico e delle tradizioni.

Davanti a tutto ciò, forse, la storia di Wajiha Arooj potrà essere uno spiragliodi luce per tante altre donne.

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MIfacciodiCultura

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