L’incontenibile sofferenza di Lev Tolstoj e della sua Anna Karenina

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L’incontenibile sofferenza di Lev Tolstoj e della sua Anna Karenina

Keira Knightley in Anna Karenina

Chiunque abbia letto almeno una volta Anna Karenina, o abbia visto un adattamento cinematografico dell’opera, sarebbe facilmente portato a pensare che l’autore, Lev Tolstoj si identifichi con il personaggio di Levin, il mite e facoltoso proprietario terriero che preferisce lavorare la terra piuttosto che partecipare agli eventi dell’alta società. Questo personaggio e la penna che lo ha creato sembrano avere moltissimo in comune: l’amore per la campagna e la vita semplice, un forte e profondo spiritualismo interiore che difficilmente si adatta alla società in cui vivono. I parallelismi tra i due uomini sembrano palesi e lampanti ma se si rivolge uno sguardo più approfondito all’opera e alla vita dell’autore non si possono non notare i punti di contatto tra Tolstoj e un altro personaggio: Anna Karenina. Proprio lei, la fedifraga, mai soddisfatta e profondamente infelice protagonista di una delle opere più amate dallo scrittore. Anna Karenina, la donna passionale, dall’aspetto nobile, ma che si è buttata sotto un treno. Anna è Tolstoj, l’uomo tormentato dalla sua malattia (oggi verrebbe chiamato disturbo bipolare), caratterizzato da fasi di profonda depressione alternate a veri e propri periodi di iperattività. Nel caso di uno scrittore potremmo dire di creatività. Tra i tanti personaggi creati da Tolstoj Anna è sicuramente quello che lo rappresenta maggiormente. Entrambi vivono in una perenne contrapposizione tra passione/creazione e morte/distruzione.

Anna Karenina è una donna affascinante e conturbante, beniamina dell’alta società russa. La protagonista instaura una relazione extraconiugale con il conte Vronskij, un rapporto all’insegna della passione e dell’eros. I due personaggi sembrano volersi consumare a vicenda: Anna sembra voler dominare, ingoiare e divorare Vronskij, intrappolata in un cerchio fatale che la porterà all’autodistruzione e all’annientamento. La passione si trasforma in gelosia, la gelosia in odio e l’odio in annientamento e morte. Anche Tolstoj nel corso della sua vita alterna fasi di sfrenata produttività artistica e gioia a fasi maniaco depressive, tanto che arriva a cullare l’idea del suicidio in diverse occasioni. Il suo vuole essere una forma di annichilimento totale, abbandono della vita terrena e dei suoi dolori.

Anna sconfitta e annientata alla fine del romanzo si butta sotto un treno. Il suicidio è l’unica via percorribile per rimediare al profondo senso di vergogna che la sta dilaniando: Anna Karenina è sì uno spirito libero e anticonvenzionale, ma non tollera di essere mal giudicata. Deve essere libera (deve riuscire a sfogare le proprie pulsioni) ma allo stesso tempo deve avere l’approvazione di tutti: dell’alta società che l’ha mal giudicata per il suo tradimento, di Vronskij che comincia a essere insofferente e insoddisfatto a causa degli sbalzi d’umore della donna e persino del marito tradito Karenin in cui cerca comprensione. Non percependo niente di tutto ciò, cresce nella protagonista un grandissimo senso di insoddisfazione.

Lev Tolstoj

Il suicidio di Anna Karenina è un suicidio per vergogna e umiliazione: il dolore di non riuscire più a ripristinare una buona immagine di sé è talmente forte che decide di togliersi la vita. La protagonista è una donna profondamente fragile e sensibile all’immagine di sé che le viene rimandata dalle persone che la circondano, non tollera di apparire meno che perfetta, diversa dal proprio ideale narcisistico. 

Lev Tolstoj è un autore dotato di una profondissima sensibilità artistica, il russo ha dato vita alla parola scritta: Anna rimane uno dei personaggi più imperfetti e straordinariamente complessi della letteratura moderna.

Passionale e fredda, altruista e crudele la donna incarna il tormento interno della penna che lo ha creato.

Camilla Ghellere per MIfacciodiCultura

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