#perlaGloria – Selfie estremi e onanismo cerebrale

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#perlaGloria – Selfie estremi e onanismo cerebrale

C’è una moda, nuova, che dilaga in particolare tra i giovani: è quella del selfie. Ma non si parla del selfie al bagno o in palestra o nel letto. Parliamo di selfie estremi. Autoscatti fatti con il cellulare in situazioni di pericolo reale. Per pericolo reale intendo che ci sono ragazzi che salgono in cima a tetti inagibili, che si sporgono sfidando la gravità da rocce a picco sul vuoto, che si mettono in mezzo ai binari ad aspettare l’arrivo del treno.

Perchè lo fanno? Questa è una fantastica domanda alla quale non ho trovato risposta e dubito che ne avrei una sensata anche se rivolgessi agli interessati il quesito.

Prima di tutto definire questa pratica selfie estremo è già un errore perchè il termine “estremo” suggerisce una sacralità, una sensazione di limite raggiunto e domato, qualcosa di esaltante quando qui di esaltato c’è soltanto un ego vacillante e vuoto.

Sì perchè ”l’impresa” ha senso solo perchè documentata. Nessuno di questi ragazzi lo fa per superare dei limiti con se stesso, per cercare emozioni intense ( per quanto discutibili) o, banalmente, per godersi il panorama. Lo fanno per far vedere che lo hanno fatto. Per collezionare like e followers e accaparrarsi il fugace consenso di svariati sconosciuti.

Sconosciuti che non si preoccupano nemmeno lontanamente che il soggetto in foto caschi dal tetto del palazzo sul quale si è immortalato. Capitasse, e capita più spesso di quanto vorremmo pensare, bene che vada scriverebbero qualche #rip sotto l’ultimo scatto o un meno comprensivo ”te la sei cercata”.

Siamo tutti in cerca di consensi. Tutti.

Li abbiamo cercati tra i compagni di scuola quando la frequentavamo, negli amici, in un gruppo e lo facciamo ancora. Io per prima scrivo pubblicamente nella speranza che qualcuno legga. Lo faccio per me, certo, ma anche per gli altri, altrimenti scriverei sul mio diario segreto e tantissimi saluti.

Quindi non sono i social il male assoluto, ma come li percepiamo e li utilizziamo. Come tutto del resto.

La colpa non si può imputare nemmeno a Alexander Remnev, free climber russo che ha lanciato la moda fotografandosi in cima ai grattacieli più alti del mondo. Lui è un free climber, fa il suo lavoro, esercita la sua passione e sa quello che fa, si allena da una vita per farlo. Se sia un genio o cretino non sta a noi giudicarlo e non sta a noi nemmeno addossargli la responsabilità di scelte d’emulazione altrui.

La colpa è di un dilagante onanismo cerebrale, una necessità di nutrire un ego inconsistente, di riempire vuoti interiori con atti sterili. Che ci sia tutto questo vuoto da soffocare, da tappare anche momentaneamente fa molto più paura delle vertiginose inquadrature di questi selfie.

E questa ricerca supera qualsiasi limite di buon senso, non c’è più distinzione tra quello che si mostra e quello che si vive realmente. Diventa tutto un videogioco, una dimensione parallela.

Come esseri umani abbiamo sempre avuto gravi problemi con l’emulazione. Dell’icona del rock ci attraeva il suo apparire maledetto e vizioso, quindi per imitarlo, al massimo, ci si sbronzava. Mai che ci sia venuto in mente di imparare a suonare uno strumento bene quanto lui.

Ci attrae la parte distruttiva, forse perchè sembra più abbordabile e facile da raggiungere rispetto a una virtù.

Oggi non serve nemmeno che il soggetto d’ispirazione sappia fare qualcosa davvero bene, è sufficiente la sua parte negativa. E francamente nemmeno troppo intelligente.

Quelli che sembrano poco assennati spesso non sono geniali ma soltanto idioti.

Ricordiamolo.

Se proprio dobbiamo emuliamo per le virtù e non perlagloria, soprattutto quando la ”gloria” in questione è posticcia.

Gloria Sacchi per MIfacciodiCultura

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