Lezioni d’Arte – Quelle invenzioni capricciose di Piranesi che influenzarono Escher

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Le chiama Invenzioni capricciose di carceri Giovanni Battista Piranesi (Mogliani Veneto, 1720 – Roma, 1778) la serie di incisioni raffiguranti le Carceri: realizzate a metà Settecento, ci mostrano ambienti drammatici fortemente evocativi, in grado di suscitare emozioni  intense.

Giovan Battista Piranesi, Frontespizio, dalle Carceri, 1747-50

Una mente eclettica quella di Piranesi, interessata all’architettura, all’archeologia, al disegno, che trova appagamento una volta arrivato a Roma appena ventenne. La città delle antiche rovine, in cui si respira arte e si fanno scoperte quotidianamente, meta irrinunciabile del Grand Tour, è per Piranesi il luogo perfetto in cui poter studiare e mettere in pratica la sua abilità d’artista. Si dedica anima e corpo all’incisione, tecnica che permette al suo segno grafico di approfondire tutti i temi e gli interessi prediletti.

Dopo le numerose vedute e architetture magnifiche di Roma, raffigurate con l’intento di renderle eterne nelle proprie stampe salvaguardando il ricordo di una città dall’immensa bellezza, l’esaltazione tipica dei vedutisti per le cose belle lascia posto in Piranesi a raffigurazioni di spazi angusti, soffocanti, altamente dolorosi: la serie delle Carceri, sedici tavole prodotte tra il 1745 e il 1750. Invenzioni capricciose -come si legge dal frontespizio – è in riferimento proprio alla particolarità del soggetto scelto, inconsueto per l’epoca e frutto della sua stravagante immaginazione.
Il segno veloce ed energico dell’artista crea un mondo onirico in cui le architetture spettrali sono riprodotte con rigore logico dalla sua natura di architetto e dalla sua fantasia. Ponti, scale smisurate, corde e bastioni compatti si intersecano in ogni direzione: lo spazio è occupato da misteriose macchine, ruote, gru, meccanismi di tortura.

Piranesi sceglie nuovi punti di vista e un attento uso drammatico dell’ombra per suggerire un interno oppresso. Forte è il contrasto chiaroscurale che accentua la sensazione di disagio e di sofferenza in questi spazi altrimenti infiniti. La ripetizione degli stessi elementi architettonici, come fosse un labirinto senza uscita, è in realtà una trasposizione di un sentimento interiore.

Le Carceri sono una prigione psicologica più che materiale.

M. C. Escher, Relativitá, 1953, litografia

Esprimono tutta l’angoscia esistenziale, una strada senza uscita, un peso opprimente della realtà umana. Non ci sono nella raffigurazione celle o uomini incatenati come suggerirebbe l’ambientazione di un carcere. L’uomo è libero di scappare da uno spazio all’altro ma è proprio questo a confonderlo: il sopra e il sotto, l’interno e l’esterno sono ribaltati e non permettono una via di fuga. Per la prima volta Piranesi si è abbandonato ai suoi capricci, alle sue ossessioni e ai suoi fantasmi. I contemporanei hanno però divulgato il racconto di un sogno generato da una febbre delirante come ispirazione di queste visioni.

Ovunque dopo Piranesi si diffonde questo senso ciclopico e drammatico dell’architettura, influenzando nella visione scrittori, architetti, poeti e pittori. Senza dubbio fu un riferimento importante per l’incisore olandese M.C. Escher (1898-1972) che condivide con il Piranesi il genio e la follia creativa. I suoi labirinti impossibili sono attraversati dalle stesse scale capovolte, senza uscita, senza senso delle Carceri. Viene fuori un mondo relativo, immaginario che sconvolge totalmente la percezione comune dello spazio, in cui tutto è possibile.

Entrambi gli artisti trovarono in queste architetture deliranti una valvola di sfogo per esprimere la loro piena libertà artistica.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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