Comunicazione, linguistica e italiano: protagonisti del Festival dell’Italiano di Siena

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Comunicazione, linguistica e italiano: protagonisti del Festival dell’Italiano di Siena

Tullio De Mauro

Comunicazione, linguistica e italiano: sono questi i principali ingredienti del Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia, inaugurato oggi e che si svolgerà fino al 9 aprile a Siena.
La manifestazione è nata grazie alla volontà del professor Tullio De Mauro (scomparso lo scorso 5 gennaio), il quale volle creare una manifestazione che comprendesse tutto lo spettro linguistico nazionale, privilegiando in modo particolare una delle sedi universitarie che più gli stavano a cuore dopo quella storica della Sapienza, cioè quella senese. Un rapporto quello tra il celebre linguista e lessicografo e la città toscana, iniziato nel 1988, dove egli volle che l’italiano diventasse bene culturale, avviando un confronto con tutti gli attori in campo.

Francesco Giorgino

Questa mattina, nella bellissima Sala del Mappamondo del Palazzo Comunale senese, circondata da bellissimi affreschi medioevali e da una Natività che sembrava porsi a nume tutelare dell’evento, il professor Massimo Arcangeli ha aperto il Festival con un commosso ricordo di De Mauro e della sua indefessa attività di studioso e linguista pedagogico, annunciando una ricca scala di personaggi che ha incluso Francesco Giorgino, volto storico del TG1, il filosofo Massimo Cacciari e il direttore dell’Espresso Tommaso Cerno. Arcangeli si è interrogato “sull’italiano che fa oggi”: come già rilevato da De Mauro, il vero problema dell’Italia (post-unione e post-bellica) è sempre stato quell’analfabetismo, oggi quello funzionale. Egli sintetizza che vero compito della scuola e delle istituzioni è provvedere a un’alfabetizzazione capillare, dove nessuno sia escluso. 

Massimo Cacciari

Ho ritenuto molto interessante l’intervento di Francesco Giorgino, non solo giornalista ma anche accademico (insegna Comunicazione e Scienze sociali presso La Sapienza e la LUISS), il quale ha presentato il suo ultimo libro Giornalismi e società (2017). L’approccio seguito dall’autore è polisistemico, in quanto egli analizza le modalità con cui più sistemi (economia, politica, etc.) entrano in relazione col giornalismo. L’intervento di Giorgino si è caratterizzato anche per lo sguardo sulla fruizione dei giornali e sulle nuove modalità di diffusione delle notizie (era inevitabile, ahimè, non parlare di fake news). Egli ha evidenziato la continua crisi dell’attività di mediazione promossa dal giornalismo e si chiede, provocatoriamente, se si può fare informazione senza giornalismo e il giornalismo senza l’informazione. Il giornalista RAI asserisce che è necessario ripartire dalla qualità dell’informazione e promuovere un modello di giornalismo che sia in grado di coinvolgere l’opinione pubblica. Questa, sintetizza Giorgino, è la sfida che deve vincere il giornalismo tradizionale nell’età dell’informazione liquida. Gli stessi politici ormai si affidano al social network (si pensi all’uso smodato di Twitter o Facebook da parte di Trump, Renzi o Salvini, i quali sono interessati a intercettare l’umore politico e non a costruire una proposta di governo seria).
Mario Morcellini, commissario dell’AgCom e presente alla discussione sul libro di Giorgino, ha evidenziato uno dei motivi per cui il modo congiuntivo è ignorato dalla larga parte degli italiani, in quanto è la politica stessa con l’aumento della narrazione e la cancellazione delle spiegazioni, ad aver affievolito l’uso di questo tempo: l’importante è convincere, non spiegare.

La conferenza tenutasi questa mattina

Gli interventi di Giorgino e Morcellini sono stati seguiti dai contributi da Massimo Cacciari e Tommaso Cerno, i quali si sono dedicati al modo con cui si fa comunicazione politica oggi. Mi sia concesso di dire che la diagnosi di entrambi è stata impietosa e amara. Il professor Cacciari rileva che ogni buona narrazione politica deve essere contraddistinta da una buona dose di utopia (il voler costruire un mondo migliore) e, machiavellicamente, una sana dose di realismo. Amareggiato conclude Cacciari che alla politica odierna mancano questi elementi e, soprattutto, essa non è in grado di dominare i fondamentali (economia, salute, etc.) in quanto nelle mani di interessi internazionali (l’utilizzo dell’inglese ne è la prova) e la politica può solo controllare l’etica, l’unica materia in cui assumersi responsabilità, arrivando, a mio giudizio, alla biopolitica delineata da Michel Foucault. Cerno ha evidenziato specifiche linguistiche (che aveva già rilevato Cesare Segre): il linguaggio politico non è più rarefatto e organizzato retoricamente, ma è arrivato all’oratoria del rispecchiamento, dove il politico si esprime in modo semplice.

Concludendo, citiamo il titolo di un famoso quadro di Gauguin: Dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Lo scopo del Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia è proprio questo: indicare la strada per ritrovare consapevolezza di noi stessi e di parlanti italiani, in una fase difficile e fortemente accidentata.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura 

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