Quello che succede in Siria ogni giorno da sei anni è un crimine contro l’umanità, anche senza armi chimiche

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In Siria, a Idlib, ormai è certo, è stato compiuto un attacco chimico. Di nuovo. Pare che sia gas nervino. E lo spettro del Sarin torna, forte, terribile.

L’allarme è arrivato dai Caschi Bianchi che ogni giorno devono affrontare il dolore siriano, che in questi sei anni ha già visto più volte l’uso di armi chimiche. Vietate per qualsiasi conflitto, dichiarate dell’ONU un crimine contro l’umanità.

Ieri, dopo le prime notizie, tutte le forze internazionali si sono allarmate. Ogni tanto, pare, ci si ricorda che in Siria, ogni giorno, migliaia di civili devono sottostare ad una guerra di cui pare che non si voglia trovare la soluzione tanto alla svelta.

Francia e Regno Unito, in prima linea, accusano il regime di Assad: ritengono sia stata la sua mano quella che ha sganciato, nella notte, mentre tutti dormivano, le bombe chimiche. Quest’’ultimo si difende, sostenuto da Russia e Turchia: non è vero, erano bombe normali che per caso sono finite su una riserva di armi chimiche dei ribelli. A questa versione non credono nemmeno gli USA, ma Trump pensa di più a incolpare Obama per il suo polso poco fermo sulla situazione siriana che prendersela direttamente con Assad. Tutti puntano il dito contro tutti, l’ONU parla di crimini di guerra. Intanto, però, pare che i morti siano 73 e più di 20 siano bambini. I numeri, per i Caschi Bianchi, sono solo destinati a salire: molti si sono rifugiati in Turchia e qui potrebbero già essere morti, e non si riesce a fare la conta dei dispersi. Anche perché, mentre tutti discutono nelle grandi sedi istituzionali, in Siria le bombe continuano a scoppiare e i civili a morire.

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I sostenitori del regime sostengono che i volontari stiano raccontando bugie: dalle prime foto si vede chiaramente che nessuno di loro era munito delle predisposizioni contro la contaminazione mentre maneggiava i cadaveri e i feriti. I Caschi Bianchi controbattono che, molto semplicemente, le protezioni non le hanno. Molti fra loro sono stati contaminati e rischiano la vita. Hanno spogliato chi stava male, chi schiumava dalla bocca, chi perdeva sangue del caso. Hanno lavato i loro corpi. Ma era troppo tardi.

Difficile pensare sia una bugia.

Anche perché, in realtà, questa sembra storia già vissuta. Un déjà-vu terribile, di quelli che non si vorrebbero mai ricordare. Era agosto 2013 quando il sarin venne sganciato su Goutha, sul distretto allora controllato dai ribelli. Mai venne precisato il numero delle vittime: 1000 o 1400. Obama puntò il dito su Assad e rispose militarmente. Ma l’attacco durò poco: intervenne la Russia e venne stipulato un accordo: Damasco avrebbe esaurito l’arsenale chimico. Nel 2015 l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) annunciò di aver distrutto il 99% delle armi di Assad: molti ribelli, però, accusano il regime di non aver dichiarato tutte le armi in suo possesso.

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La forza di quest’ultimo, al momento, è avere un nemico totalmente disunito, in cui si è insinuato l’Isis. Ovviamente tutti vogliono distruggere il sedicente Stato Islamico: paradossalmente, anche gli stessi ribelli contro cui si scagliano le bombe e che si ritrovano con un nemico ingombrante fra le proprie file. Il problema siriano è esattamente nella quantità di interessi coinvolti: contro il regime, iniziata a marzo 2011, si sono schierati in troppi. Dapprima la comunità minoritaria degli alawiti che non accetta il governo nato da un colpo di stato del ’70. Poi estremisti islamici. Anche i Curdi. Ma all’interno dei ribelli si sono inserite troppe fazioni, troppo diverse, che hanno lunghe mire su questa zona: ed ecco che interviene l’IS, che vorrebbe conquistare la zona per mantenere una continuità territoriale — se possibile — tra il nord est della Siria e l’Iraq.

Ma la zona è strategicamente interessante anche per potenze, compresi Usa e Russia che continuano a scontrarsi su come intervenire sulla zona. Putin sostiene apertamente Assad, ma non certo per amicizia o lealtà: è la zona a interessargli, il potere sul Mediterraneo orientale.

È impossibile pensare che la situazione si risolva in modo semplice. Sono troppi gli interessi in ballo e i ribelli non sono organizzati, non sono un fronte unico e non hanno un leader che li sproni. La minaccia dell’Isis rende difficile stabilire quale sia il minore dei mali, chi sia meglio sostenere.

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Questo può rendere allora lecito non fare niente?

Tra 2015 e 2016 sono morti più di 650 bambini. Almeno 850 nello scorso anno sono stati arruolati. Non possono più andare a scuola, perché le scuole non ci sono più.

Non possono andare in ospedale, perché gli ospedali non ci sono più. Anche ieri, dopo l’attacco a Idlib, è stata bombardata una struttura ospedaliera. Altra cosa che non si può fare secondo le leggi internazionali.

È così difficile ora credere che Assad abbia la coscienza pulita in questa faccenda, visto che è solito bombardare strutture sanitarie e istituzionali?

Ma domani è un altro giorno, e tutti ci saremo ridimenticati di nuovo della Siria, dei suoi bambini morti e dei civili che non riescono più a condurre una vita normale dal 2011. Torneremo a prendercela con gli immigrati e qualcuno vorrà rimandarli a casa loro… senza pensare che questa, oggi, è la loro casa.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

 

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