Hijab: scelta o imposizione? L’ignoranza italiana dietro il velo

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Hijab: scelta o imposizione? L’ignoranza italiana dietro il velo

velo islamico L’Italia sta diventando sempre più multietnica: tuttavia le discussioni sull’ostentazione di simboli e capi d’abbigliamento religiosi non cattolici, come il velo, diventano ogni giorno più feroci. Come in molti altri casi, il problema è la nostra beata ignoranza sull’argomento, che causa incomprensioni e giudizi affrettati spesso carichi d’odio. Il punto, ignoto ai più, è che per molte donne il velo è una scelta. Ma siccome questa è solo la punta dell’iceberg di un discorso ben più complesso, è meglio fare qualche passo indietro.

In Italia chiamiamo velo ogni copricapo portato da donne musulmane. La faccenda però non è così semplice e, in realtà, è giusto distinguerne almeno quattro tipi.

Lo hijab, hyab o al-Amira è un velo che copre i capelli, il collo e il petto, ed è il tipo di velo più diffuso in occidente.

Il chador o chadar è un velo di forma semicircolare, simile a una mantella, indossato principalmente in Iran.

Il niquab è un indumento che copre tutto il corpo, lasciandone scoperti solo gli occhi. Viene principalmente indossato nella penisola araba.

Il burqa invece è un indumento tipico di Afghanistan e Pakistan che copre interamente il corpo e ha una retina all’altezza degli occhi che permettere di vedere ma senza essere esposti.

Quindi il fantomatico velo di cui tutti parlano non è semplicemente un velo. Ha un nome, hijab, e forse è ora che iniziamo ad usarlo.

Un altro grande mito a proposito dello hijab è la sua origine. Contrariamente a quanto molti pensano, non è un’invenzione islamica, ma esisteva già parecchi secoli prima. Nella Mesopotamia assira (XII-XI a.C.) per esempio era vietato alle donne uscire di casa a capo scoperto, mentre persino dall’Iliade si evince che Elena di Troia si copriva il capo prima di lasciare l’abitazione.

Nell’era preislamica l’uso del velo era diffuso in tutto il Medio Oriente e veniva indossato soprattutto dalle donne più altolocate. Lo scopo era infatti quello di segnalare le differenze sociali e marcare il confine tra sacro e profano. Ma questa tradizione non è puramente mediorientale. Nell’Europa dell’est le donne hanno sempre portato un fazzoletto sui capelli, così come nelle chiese ortodosse viene ancora richiesto alle donne di indossare un foulard sopra la testa. Che poi, anche in terra nostrana fino a mezzo secolo fa le donne avevano l’abitudine di coprirsi il capo, soprattutto in Chiesa. Quindi, chi è senza velo scagli la prima pietra.

Il punto veramente dolente però resta il fatto che molti di noi ignorano (o non accettano) che per molte donne musulmane lo hijab sia una scelta. Così come lo è il burkini, il costume da bagno integrale altamente criticato (e in certe spiagge francesi persino vietato) l’estate scorsa.
Sono scelte personali e in quanto tali vanno rispettate. È infatti nella nostra natura di conquistatore occidentale pensare, con incredibile presunzione, che il nostro modo di vivere sia il migliore. Ne consegue che ogni qual persona si rifiuti di adattarsi a quest’ultimo sia stupida. Si tratta di presunzione allo stato puro e anche una notevole chiusura mentale, i quali purtroppo vanno perfettamente a braccetto con l’incapacità di ascoltare. È un po’  come se una ragazza italiana che indossa solo gonne ritenga scema ogni altra ragazza che invece preferisce i jeans. Ha senso? No.

Per alcune donne, che invece vorrebbero vestirsi secondo la moda occidentale, l’hijab è un’imposizione.

L’ultima triste storia arriva proprio da Bologna, dove una ragazzina di quattordici anni che voleva solo sentire il vento nei capelli come le sue amiche è stata severamente punita. La madre, intransigente, le ha rasato i capelli a zero.

Successivamente, la famiglia ha affermato che non c’entrasse nulla la questione religiosa, ma che la ragazza avesse i pidocchi e quindi la rasatura derivi da quello. Ad ognuno la sua idea sul caso.

Ma oltre a questo triste epilogo emiliano ci sono tante altre storie. Storie di donne per cui lo hijab è una scelta fatta con coscienza. Il motivo? Sentirsi più protette dagli sguardi peccaminosi degli uomini, un modo per sentirsi a casa oppure semplicemente un espediente per mostrare la loro appartenenza ad un gruppo etnico e religioso. Probabilmente ogni donna ha un motivo suo personale per cui indossa o meno lo hijab. In uno stato laico e libero come l’Italia, ognuno dovrebbe avere il diritto di vestirsi come meglio crede. Viviamo in un paese di contraddizioni, dove è normale appellarsi alla laicità costituzionale per parlare di aborto e dar contro agli obiettori per poi subito dopo richiamare le nostre radici cristiane se la vicina di banco di nostra figlia porta lo hijab.

La paura e il disprezzo si nutrono di ignoranza: ascoltare è il primo passo verso la libertà.

Luisa Seguin per MIfacciodiCultura

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