Classici della letteratura, gli unici libri che vendono ancora

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Classici della letteratura, gli unici libri che vendono ancora

Sulla presunta o meno crisi della carta stampata si sono spesi fiumi di parole. Si scrive tanto – e non sempre bene -, si legge poco, si investe male. Resta però un dato di fatto: il numero di libri pubblicati continua ad eccedere di gran lunga quello dei libri realmente venduti. Solo in Italia, stando agli ultimi dati pubblicati dall’Aie, il numero di copie di opere di narrativa ha toccato quota 18mila titoli all’anno rispetto ai “soli” 1000 titoli del 1980. Di per sé il dato non sarebbe negativo se fosse accompagnato da un certo riscontro del pubblico, ma a quanto pare l’Italia è più un paese di scrittori che di lettori. A questa tendenza risulterebbero però immuni i grandi classici della letteratura.

Non è infatti un caso che le maggiori case editrici continuino ad investire soldi su classici pubblicati e ripubblicati. I classici vendono e, dati di vendita alla mano, superano in maniera esponenziale le cosiddette novità. Investire su di un classico è più sicuro, riduce al minimo il rischio di un “flop” e il rapporto qualità-prezzo è decisamente conveniente per le case editrici.

È proprio all’interno di queste scelte di marketing che si colloca la recente ritraduzione e ripubblicazione del capolavoro di H. G. WellsLa macchina del tempo. L’opera è stata ritradotta da Michele Mari e pubblicata da Einaudi lo scorso febbraio. La casa editrice torinese non era di certo nuova alla ripubblicazione di grandi classici: nel loro catalogo numerose sono le collane dedicate ai grandi della letteratura, non da ultima Scrittori tradotti da scrittori, la cui pubblicazione si concluse nel 2000. La scelta, da parte di Einaudi, di continuare a pubblicare classici a distanza di molti anni è senz’altro emblematica. Così come lo è il successo legato ai longseller di numerose case editrici, come la Bompiani e Il piccolo principe di Antoine Saint-Exupéry.

Ma cosa c’è dietro questo fenomeno di “ritorno ai classici”? Forse i più ottimisti parleranno di una sorta di acculturamento generale: dopotutto una buona cultura letteraria non può prescindere dalla conoscenza approfondita di narratori e poeti che hanno fatto la storia della letteratura. Altri si giocheranno la carta della nostalgia woodyalleniana, quella del film Midnight in Paris, per intenderci. I più cinici vedranno la ragione dell’attuale grande successo dei classici nel fatto che in un’epoca dove bisogna essere intellettuali ad ogni costo – anche a patto di fingersi tali-, leggere un nuovo autore non contribuisce all’effetto finale allo stesso modo di un classico. Insomma, un conto è postare sui social una citazione di Svevo, altro quella di uno scrittore semi-sconosciuto o esordiente.

Per quanto ci si possa perdere dietro opinioni più o meno sensate, la verità dei fatti è che attualmente si preferisce riproporre le opere di narrativa dei classici piuttosto che puntare su “nuove penne”. Leggere e rileggere gli autori della storia della letteratura è una tendenza positiva ed è auspicabile che continui, ben venga che se ne tragga profitto. Ma d’altro canto è importante, allo stesso tempo, produrre nuova e buona letteratura, creare i classici delle epoche future. Ciò è possibile solo investendo anche su nuovi autori, prediligendo la qualità, pubblicare libri che valga la pena leggere e pubblicizzarli adeguatamente.

Probabilmente se al giorno d’oggi i classici continuano a vendere di più delle “novità assolute” ci si dovrebbe chiedere se in parte sia dovuto al tipo di letteratura prodotta, se sia o meno degna di essere definita tale.

Alessia Aiello per MIfacciodiCultura

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