“Classe Z”: la scuola italiana e i giovani secondo Guido Chiesa

0 2.093

Classe Z: la scuola italiana e i giovani secondo Guido Chiesa

Classe Z
Classe Z

Qual è lo stato attuale della scuola italiana e dei nostri giovani? Il regista Guido Chiesa ha provato ad esplorare questa tematica nella sua commedia Classe Z, attualmente nelle sale. Il film racconta di un gruppo di ragazzi problematici di Roma riuniti in un’unica aula per il loro ultimo anno al liceo, definiti ironicamente nella locandina come «l’unica classe in cui l’alfabeto inizia dalla z». Il compito di rimetterli in riga spetta a Marco Andreoli, professore d’italiano interpretato da Andrea Pisani (uno dei membri del duo comico PanPers), il cui modello di riferimento è il professor Keating de L’attimo fuggente. Tuttavia, a differenza di quanto accadeva nel capolavoro del 1989 di Peter Weir, l’inno alla ribellione di Andreoli non viene inizialmente recepito dagli studenti (tra i quali figura anche la giovane webstar Greta Menchi) e diventa un’occasione per i ragazzi per prendersi gioco del malcapitato professore.

Classe Z si presenta così come un film dai toni leggeri che nasconde dietro di sé delle problematiche più grandi sulle quali è necessario soffermarsi a riflettere. In particolare, il regista si chiede se gli atteggiamenti spesso distaccati e apatici dei ragazzi di oggi non siano una conseguenza di come si è sviluppata la nostra società ipertecnologica. Internet sembra essere una delle cause di questa indifferenza generalizzata e i ragazzi si trovano ad essere sempre più soli e abbandonati a se stessi.

Sono connessi da reti molto forti, come Internet e i social network, ma sono reti virtuali, disincarnate, e fanno grande fatica a parlarsi fra di loro.

Inoltre, senza voler trasformare la riflessione in uno scontro tra “la scuola di ieri” e “la scuola di oggi”, è innegabile come la relazione che coinvolge gli studenti con i loro professori sia sempre più fredda. La colpa in parte è dei docenti stessi, non sempre davvero interessati ai loro studenti e alle loro storie: a volte sembrano focalizzarsi di più sul rendimento scolastico dei ragazzi, dimenticando l’aspetto più umano che la scuola dovrebbe preservare.

Classe Z
Guido Chiesa

Al di là delle tematiche affrontate, Classe Z si presenta inoltre come un ottimo punto di partenza per riflettere sullo stato attuale del cinema italiano. Siamo sicuri che una produzione stracolma di youtubers e comici televisivi sia il mezzo più adatto per cercare di sensibilizzare su argomenti così importanti? Classe Z si inserisce infatti all’interno di un filone di pellicole poco brillanti a livello qualitativo che sembrano utilizzare grandi problematiche sociali come mera facciata per celare interessi economici e commerciali. Due esempi di film che sembrano operare in tal senso sono Fuga di cervelli del 2013 di Paolo RuffiniGame Therapy del 2015 di Ryan Travis. La prima pellicola si soffermava sulla fuga degli italiani all’estero, ma le diverse gag imbarazzanti con protagonisti Internet celebrities come Frank Matano e Guglielmo Scilla lasciavano spesso il tempo che trovavano: distogliendo l’attenzione dello spettatore dal tema al centro della trama, il film sembrava dunque presentarsi come un triste tentativo di richiamare più gente possibile nelle sale in virtù dei nomi presenti. Allo stesso modo, Game Therapy utilizzava personalità molto seguite su Youtube come Lorenzo Ostuni (in arte Favij) e Federico Clapis con la pretesa di proporre una riflessione sociale sui videogiochi, fondandola però su una produzione mediocre da un punto di vista tecnico e sceneggiativo. Il risultato? Un vuoto narrativo cosmico che alla fine è risultato anche un flop clamoroso al botteghino, segno che gli italiani in fondo non sentono il bisogno di affrontare alcune tematiche se trattate con superficialità.

Classe Z, sebbene sembri focalizzarsi maggiormente sulle premesse che lo fondano rispetto ai film appena citati, rischia di essere l’ennesimo episodio cinematografico vuoto prodotto dalla nostra industria filmografica. In tal senso il cinema italiano necessità di più opere che si dedichino ad affrontare con serietà i problemi del nostro Paese, per ambire a riacquistare anche a livello internazionale lo splendore di un tempo. Non è attraverso produzioni che mettono in luce mancanza di creatività e sete di denaro che possiamo sperare di farlo.

Daniele Sacchi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.