Il vortice filosofico – Fenomenologia del bullismo: l’altro in noi

0 1.240

Il vortice filosofico – Fenomenologia del bullismo: l’altro in noi

La morte non è nel non potere più comunicare, ma nel non potere più essere compresi.

P. Pasolini

bullismoDove finisce l’umanità quando si leggono sui giornali fatti tremendi come quelli occorsi al ventenne Emanuele Morganti qualche girono fa? Ha senso anche solo sospettare di un intento umanitario-collettivo di fronte all’uccisione di un giovane in seguito ad una lite per una bevanda in discoteca? Secondo chi scrive, al di là del disarmo iniziale c’è speranza: per il fatto stesso che molti si indignano unanimi dinnanzi a tali fatti, vi è uno spiraglio di luce. Oggi la sottile differenza tra uomo e bestia è nebulosa, schiacciata nel caos della psicosi generale: e così bastano i fumi dell’alcool per perdere ogni legame con quanto di più prezioso l’essere umano dice di avere, ovvero la libertà. Già, perché un uomo ubriaco che uccide quasi non sceglie di farlo, si sottomette a un demone estraneo a se stesso che decide per lui, rendendolo un semplice braccio del non controllo. Non possiamo parlare di follia, che come tanta storia del pensiero e dell’arte ci insegna, è qualcosa di assai più nobile: solo idiozia e stupidità unite a vuotezza e disagio rendono invece i termini di vicende drammatiche come queste.

Ma la storia ci insegna che il problema del sopruso tra simili è qualcosa che, molto più intelligentemente, slegato da vicende di cronaca nerissima, ha attraversato anche le menti di uomini illuminati e assai lucidi.

E così Il vortice filosofico ci invita a fermarci per un attimo, stabili, attenti e non su di giri come ci induce sempre a fare la nostra società con la sua frenesia, per vedere come questa tematica apra interessanti scenari che possono stare alla base di una qualche riabilitazione prossima del genere umano.

«ὁ ἄνθρωπος φύσει πολιτικὸν ζῷον*» oppure «Homo homini lupus»? L’uomo è per natura un essere socievole, politico oppure è per il suo simile un lupo pericoloso? Da Aristotele a Hobbes, e fino ai giorni nostri, questa è una domanda da cui ben pochi filosofi si sono potuti astenere. Ma perché ad un interrogativo dicotomico, ad un aut-aut, non si è in grado, a quanto pare, di rispondere con un altrettanto netto o no? Quale complicazione sostiene tale domandare? Un buon modo per avviare la riflessione è quello di partire dalle evidenze storiche del mondo che abitiamo: se l’Aristotele della florida polis greca del IV secolo ha tutte le ragioni per ammettere che la radice del miracolo politico ellenico sta senza dubbio nel desiderio socievole dell’uomo che lo ha reso possibile, e che ciascun grado dell’organizzazione sociale, dalla famiglia allo stato, è costruito a partire dalla pulsione alla non-solitudine, dal desiderio di libertà in-comune, altrettanta credibilità possiamo riconoscere al buon Hobbes che quasi duemila anni dopo si trova a dover rendere ragione nel suo Leviatano della formazione e dello sviluppo di stati assolutistici e opprimenti votati alla salvaguardia di quei singoli aggregati che, se lasciati alla mercé delle proprie nature litigiose, si annienterebbero per loro stessa mano nel vortice della pulsionalità aggressiva.

Aristotele (384-322)

Ma hanno conosciuto davvero uomini così diametralmente opposti questi due grandi filosofi? Qualcuno potrebbe obiettare l’inconsistenza del paragone chiamando in gioco l’argomento divario temporale, tuttavia come renderebbe ragione, a questo punto, del fatto che nell’Ottocento e nel Novecento posizioni opposte di questo tipo, ovvero uomo socievole-uomo feroce, si sono succedute a distanza di pochissimi anni e spesse volte nell’arco dello stesso uguale identico periodo?

Come abbiamo accennato in partenza, la questione sembra essere maggiormente complessa, e si può iniziare a dubitare seriamente che chiamare in campo una terza variabile sia la soluzione.

E oggi, in pieno Duemila, esiste ancora questa dicotomica sensazione dell’umano? Ci basti pensare alle numerose fazioni politiche democratiche, quando non comunitariste, ancora vigenti, e per antitesi, a fenomeni come il bullismo, nel quale l’atteggiamento di sopraffazione sul più debole è da considerarsi come il principio fondante. Cosa sfugge all’analisi? Ci si rende conto che su questo tema, ad uno sforzo di comprensione così faticoso non basta la risposta secondo cui esistono due tipi di uomini e altrettanti modi di pensare la società: essa è insufficiente, insoddisfacente, banale perfino secondo il senso comune che risiede in ciascuno di noi. Ma allora, come ricomporre quell’insieme di canne pensanti che tale problema sembra spezzare in due? Come mostrare ai bulli la loro parte socievole e ai benefattori la loro componente lupina?

Come ogni interrogativo filosofico, anche questo non prevede una risposta netta, ma ha, a parere di chi scrive, una strada di avvicinamento più feconda di altre: essa è la via dell’alterità. Forse il prius, il sostrato in altri termini, che non si è considerato abbastanza per superare questa spaccatura iniziale è quello del rapporto umano con il proprio alter-ego, con l’altro da sé. Come sostenere questa posizione? Pensiamo di nuovo all’esempio del bullismo: quando io bersaglio qualcuno non sto forse occupandomi, seppure in maniera terribile, di lui?

Thomas Hobbes (1588 -1679)

Chi sostiene che il bullo miri all’invisibilità della sua preda sbaglia tutto: la sopraffazione è un processo che mostra una carenza del soggetto che la mette in atto e non di quello che la subisce. Anche quando nascondiamo l’altro da noi, lo facciamo sempre e solo dopo averlo percepito, anche solo nell’immaginazione. È come se alla base di questi comportamenti di esclusione e vessazione ci fosse sempre l’innato bisogno dell’altro, fosse anche solo per distruggerlo. Siamo in presenza di una socievolezza distorta, ma comunque socievolezza. Anche nel reiterare i soprusi fisico-psicologici in maniera scenica il bullo dimostra una volta in più il suo bisogno di socievolezza: chi sarebbero i sopraffattori senza i sopraffatti? Quella della violenza tra uomini è sempre una dialettica: ogni dispotismo si fonda in realtà in una socievolezza originaria e indistruttibile. Una dimostrazione? Cosa sono le rivoluzioni contro i potenti se non spostamenti di interesse di quella socievolezza da parte degli uomini che sono soggetti a poteri coercitivi?

C’è dunque un co-sentire, un sentirsi-assieme indispensabile ad ogni atto di violenza e sopraffazione sociale: bullo e bullizzato si co-fondano in una stessa umanità, senza la quale nessun contato sarebbe altresì possibile, eppure uno è bullo e l’altro è bullizzato, come spiegare ciò? I due elementi dialettici sono iniquamente l’uno soggetto (in senso attivo) e l’altro oggetto (in senso di obietto passivo). Quando si spezza la gerarchia del rapporto e tornano a considerarsi reciprocamente due soggetti, un equilibrio, seppur precariamente umano, è ristabilito.

Come si ri-equilibrano i rapporti umani? Una ricetta sicura non si conosce, tuttavia la storia ci insegna che l’educazione, nel senso di formazione indirizzante all’autocoscienza, è l’opportunità che dobbiamo cavalcare. Sapere la propria umanità aiuta senza dubbio a comprendere il nostro essere immersi nell’umanità del mondo, mostra cioè l’uscita da quel solipsismo pericoloso nel quale la modernità è rimasta impastoiata. «Sapere aude», diceva Orazio: ci vuole coraggio per sapersi uomini, ci vuole umanità per sapersi umani.

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

*L’uomo è per natura un essere vivente politico

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.