Cartesio: un filosofo ed un metafisico dall’ego spropositato

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Cartesio: un filosofo ed un metafisico dall’ego spropositato

CartesioL’11 febbraio ricorre il giorno della morte di René Descartes, meglio noto in Italia come Cartesio, nato il 31 marzo 1596. Sulle cause della sua dipartita vi sono varie ipotesi, anche se quella più accreditata pare sia la polmonite. Nell’ultimo periodo della sua vita risiedette infatti in un Paese dagli inverni gelidi, la Svezia: aveva infatti accolto l’invito della regnante Cristina, sua discepola. Sembra, però, che gli orari proibitivi impostigli dalla regina (uscire di casa alle 5 del mattino per andare a farle lezione), abbiano avuto sul lungo termine un pesante contraccolpo sul fisico del pensatore che era già di debole costituzione. Di qui la polmonite e la morte, sopraggiunta appunto l’11 febbraio 1650. Tre anni prima che la chiesa cattolica mettesse all’Indice le sue opere.

Perché effettivamente alcuni aspetti della filosofia cartesiana non erano accettabili per la teologia cristiana, soprattutto per quanto concerne l’aspetto più fisico-scientifico del suo pensiero. Il quale, insieme ad un versante più propriamente filosofico, perfino metafisico, e medico, rende quella cartesiana una speculazione “sistematica”: le teorie di Descartes, insomma, vertono su tutto lo scibile umano – insieme naturalmente ad altre di differente origine.

Qui però si prenderanno in esame però solo alcune delle tesi più importanti dell’aspetto filosofico e metafisico della riflessione cartesiana. Ovviamente, come vale per ogni pensatore, non si può considerare la speculazione di Cartesio in termini di “compartimenti stagni”. Un approccio metodologico siffatto non sarebbe adatto all’armonia teoretica che risiede in un pensiero sistematico, le cui parti rimandano l’un l’altra.

Cartesio divenne una pietra miliare nella storia del dibattito filosofico grazie ad opere quali le Meditazioni metafisiche (1641), I principi della filosofia (1644), le Passioni dell’anima (1649). Soprattutto la prima è passata alla storia come l’opera più importante del pensatore, e ciò per una ragione ben specifica: in questo scritto Cartesio giunge ad un punto saldo della sua filosofia. Avendo sottoposto l’intera realtà che esiste al dubbio sulla sua esistenza, troverà un “caposaldo” ontologico nell’essere di Dio. Difatti Cartesio, all’inizio delle Meditazioni, conduce un esperimento mentale e sottopone al dubbio d’esistenza tutto l’essente a partire dall‘uomo stesso: l’unica cosa ciò che, al contrario, pare esistere. A questo punto si chiede: cosa si assicura che tutto ciò che si esperisce esista veramente, esseri umani inclusi? La risposta è duplice: l’uomo può essere rassicurato del fatto di esistere veramente perché pensa (cogito ergo sum) e che ogni cosa sia perché vi è un Dio (sum ergo Deus est).

Cartesio
Cartesio

Ma è nella sezione Obiezioni e risposte delle Meditazioni che si intravvede la personalità di Cartesio. Un carattere decisamente egocentrico. In questa sede Descartes riporta le obiezioni alle sue teorie che gli erano state avanzate da alcuni suoi contemporanei, fra gli altri Thomas Hobbes. Non è rilevante qui esporre le critiche avanzate a Cartesio, quanto piuttosto sottolineare l’impressione che si ha nel leggerne le controbiezioni: noia. In che senso?

Sembra quasi che al pensatore non importassero davvero, infatti, le critiche alle sue teorie, e che, nel darvi una risposta, fosse stato dominato da una sorta di indifferenza annoiata, perfettamente evidente dietro le controbiezioni spesso stringate e scritte in pieno spirito scolastico. Quasi come se, tra le righe, stesse dicendo ai suoi obiettori: “le vostre critiche io le smonto sulla base del pensiero tradizionale, che tutti dovrebbero conoscere, che io ho seguito nella mia opera e che voi a quanto pare non conoscete se mi fate queste obiezioni. Ma se non lo conoscete come fate a ritenervi dei pensatori? Dunque perché mi fate queste obiezioni e io perdo tempo con voi?“. Se non è egocentrismo questo!

 

Riccardo Coppola per MIfacciodiCultura

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