“Qualcuno volò sul nido del cuculo”: il nuovo volto della malattia mentale che vinse 5 Oscar

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Qualcuno volò sul nido del cuculo: il nuovo volto della malattia mentale che vinse 5 Oscar

qualcuno volò sul nido del cuculoIl 19 novembre del 1975 veniva proiettato in anteprima simultanea tra New York e Los Angeles un film che poi fece la storia del cinema: Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman. Sei Golden Globe e cinque Oscar: il 29 marzo 1976 vince il Miglior Film, Milior Regia per Miloš Forman, Miglior Attore Protagonista per Nicholson, Miglior Attrice Protagonista per Louise Fletcher e Miglior Sceneggiatura non originale.

 

Ken Kasey è il vero papà de Qualcuno volò sul nido del cuculo: infatti scrisse un libro testimonianza sulla sua esperienza in un ospedale psichiatrico dell’Oregon dove aveva partecipato ad un programma sperimentale della CIA. Ma per divergenze economiche venne tenuto lontano dalla realizzazione del film e non approvò la versione finale.

Nelle differenze tra romanzo e versione cinematografica, comunque, si è perso il riferimento fondamentale, la filastrocca americana che ci fa capire cos’è il nido del cuculo:

il manicomio.

Uno stormo di tre oche, una volò ad est, una volò ad ovest, una volò sul nido del cuculo.

Qualcuno volò sul nido del cuculo trattava un tema complicato e difficile come quello degli ospedali psichiatrici, anche se vi sono molti altri riferimenti al suo interno, come il razzismo, la discriminazione, fino ad arrivare alla letteratura americana.

Protagonista del film è Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson) che viene portato a Salem (la stessa città della caccia alle streghe, scelta forse non per caso) in questo ospedale per essere valutato dai medici: pazzo o no? In questo luogo strano, un mondo a sé stante fatto di una pasta diversa da quella della realtà di ogni giorni, si ritrova a fronteggiare diversi personaggi: Billy Bibit (Brad Dourif) un ragazzetto introverso e balbuziente, e il Grande Capo Bromden (Will Sampson) un nativo sordomuto. Tra gli altri ospiti dell’ospedale ci sono anche attori del calibro di Danny De Vito, qui nel ruolo di Martini, e Christopher Lloyd che interpreta il noioso e violento Taber. Tutti i personaggi, però, grazie a McMurphy capiscono di poter esprimere liberamente chi sono, i loro sentimenti e le loro emozioni.

Ma che cosa vi credete di essere, vacca troia? Pazzi? Davvero? Invece no. E invece no. Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro per la strada, ve lo dico io.

Randle Patrick McMurphy – Qualcuno volò sul nido del cuculo

qualcuno volò sul nido del cuculo
La locandina del film

Il protagonista crederà di potersene andare dal centro: ma presto capirà che non è possibile uscire dal nido, una volta che sei entrato. Cercherà di scappare, ma il suo piano di fuga fallirà miseramente: a lui, uomo sano e senza nevrosi, capiterà la condanna peggiore.

La lobotomia.

Ovviamente, dopo questa rimarrà apatico, senza emozioni, in stato catatonico. Bromden, che in realtà aveva sempre finto di essere malato, sarà l’unico a fuggire davvero, dalla finestra. Mentre per McMurphy l’unica libertà sarà la morte, liberatoria consolatrice arrivata per mano dell’amico.

La lobotomia, vista oggi come pratica becera e essenzialmente inutile, in realtà non è esattamente abolita: viene usata, in una versione più aggiornata dettata dal progredire della scienza, per curare i casi di epilessia farmacoresistente. In generale, questa pratica nasce negli anni ’30 e nel 1949 porta A. E. Moniz a vincere il Nobel per la medicina. Per molti anni nessuno si interessò di capire perché i pazienti sottoposti all’intervento guarissero dalla malattia ma restassero anche in stato catatonico, senza emozioni o sentimenti. Ma il medico più famoso per le sue lobotomie, tanto abile da farle anche con una sola mano, fu Jackson Freeman: fu sua l’operazione che nel 1941 rese quasi un vegetale Rosemary Kennedy, sorella del più famoso J.F.K..

Negli anni ’70, quando uscì il film, la pratica era già verso il suo declino, ma fino alla fine degli anni ’80 venne praticata, anche se con meno frequenza.

Un’altra terapia utilizzata ampiamente era l’elettroshock, anche questa una pratica che nel film viene trattata: assieme alla lobotomia, era un altro metodo usato per curare i pazienti. Che, nella maggior parte dei casi, gli bruciava essenzialmente il cervello.

Come in ogni film, anche qui c’è un cattivo: la Signora Ratched, l’infermiera terribile che si scontra continuamente con McMurphy e la sua ribellione all’autorità. Louise Fletcher, l’attrice che interpretò questo ruolo, a distanza di anni non riesce più a rivedersi nella pellicola per la paura e la cattiveria che traspare dai suoi comportamenti.

qualcuno volò sul nido del cuculo
Nicholson e l’elettroshock

Certo Ratched non era l’assistente sanitario che tutti sogniamo: ma il paziente malato, rinchiuso negli ospedali psichiatrici, allora non era visto come un essere vivente o qualcuno da curare.

Per secoli la malattia mentale viene vista come qualcosa di incurabile, che giustifica la reclusione dei soggetti: per questo, fino a fine ‘800, veniva ritenuto normale rinchiudere gli alienati, tenendoli incatenati nei casi più gravi.

Con il Novecento le cose cambiarono, grazie anche alle analisi di Freud che inziò a vedere le nevrosi come il risultato di qualcosa di interno, oltre che di fisico, e che cercò anche i metodi per curarli.

I malati mentali iniziavano a diventare curabili.

E così succede che si deve analizzare il paziente come se fosse un essere umano: perché, alla fine, è quello che è.

Ci sono voluti anni per smetterla di praticare lobotomie ed elettroshock come unica cura, anche grazie alla ricerca e allo sviluppo degli psicofarmaci.

Ma persone che vivono in questi luoghi, o che vivono magari vicino a voi, non sono degli automi impossibili da curare: sono solo volati sul nido del cuculo. E non sanno bene come uscirne.

Tendere una mano verso chi non capite, verso chi sembra così diverso da voi, verso chi magari vi fa paura, può essere terapeutico.

Perché i muri non sono solo quelli dei manicomi, che oggi in Italia non abbiamo più: sono quelli della gente che sta intorno a te e non ti rivolge uno sguardo, un sorriso, un saluto.

 

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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