“Nel guscio” di McEwan: il tragico e ineluttabile destino umano

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Nel guscio di McEwan: il tragico e ineluttabile destino umano

«Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna». Chi parla è l’Io narrante, unico protagonista e testimone delle vicende de “Nel guscio”, ultima opera dello scrittore inglese Ian McEwan: un feto. Un feto senziente e consapevole, spettatore della vita del suo guscio, l’amata madre Trudy, il padre e lo zio Claude. Il nascituro, ormai pronto a testa in giù, in pochi mesi si è fatto un’idea precisa della vita che lo aspetta. Il feto matura una profonda riflessione sul’esistenza che lo aspetta fuori dal grembo materno e tra le alternative “essere o non esserci ancora” e “non voglio nascere mai”  pare prediligere quest’ultima.

Oddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito – se non fosse la compagnia di brutti sogni.

Amleto

Amleto si era già domandato se davvero valesse la pena nascere o se non fosse meglio restare nel proprio guscio: “essere o non essere”. Ma pare non vi sia pace nemmeno nel grembo materno: esattamente come il principe danese il feto assiste al tradimento della madre con lo zio, e ai loro progetti per assassinare il padre. Costretto al silenzio il nascituro assiste inerme ai malefici piani che porteranno alla morte del padre e si domanda se il dolore non sia una condizione connaturata dell’esistenza.

Attraverso le trasmissioni radiofoniche che piacciono tanto alla madre, il feto conosce i tradimenti, le guerre, la fame, le persecuzioni, ciò che di peggio il mondo possa vantarsi di commettere. Il dolore è parte fondante dell’esistenza, parte di essa e totalmente indipendente dalla singola persona e dalle sue condizioni sociali ma universale nell’uomo. Nella Nascita della tragedia, di Nietzsche, Sileno sviluppa una metafisica dell’infelicità: il dolore è un presupposto della esistenza umana ed è collettiva.

«Ora dimmi, seguace di Dioniso, qual è la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo?», domandò il re Mida al Sileno, e questi, costretto dalla sua insistenza, con voce stridula gli rispose: «Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto».

Nascita della tragedia, Nietzsche

Nel passo, Sileno si rivolge ad un re. Lui come l’ultimo dei suoi sudditi sarebbe meglio non fosse mai nato. Il dolore, l’infelicità non gli vengono risparmiati solo grazie alla sua posizione nella società, ma ne è vittima come il più miserabile tra gli uomini.

Giacomo Leopardi

Il feto uscirà dal suo guscio con la consapevolezza che sarà destinato a ripetere gli errori dei suoi genitori, condannandosi all’infelicità. Come Giacomo Leopardi nelle Operette morali, il nascituro, è conscio di non potersi elevare e distaccare dall’umana condizione di dolore. Nel Dialogo tra Tristano e un amico, il pessimista per eccellenza sembra essere afflitto dal dubbio amletico: meglio forse non essere nato piuttosto che soccombere al dolore e all’infelicità? In questo dialogo il desiderio di morte e il nichilismo sono fortissimi. Nell’opera compare una summa del pensiero Leopardiano: formulato il pessimismo eroico rifiuta le idee antropocentriche a favore di un relativismo esistenziale. Il poeta vuole ridimensionare la figura umana e sottolineare la condizione universale di dolore a cui è legata. L’infelicità è nel principio è costitutiva dell’essere.

Nasce da qui, forse, dalla paura di non sapere più ascoltare se stessi e il mondo circostante l’idea di McEwan di rendere un feto spettatore inerte delle vicende esterne. Testimone innocente e incontaminato del dolore umano. Consapevole delle difficoltà legate all’esistenza stessa, che nonostante tutto ciò che ha visto e conosciuto nei nove mesi trascorsi nel suo guscio ha deciso comunque di venire al mondo per provare cambiare le cose, per elevarsi dalla naturale condizione di dolore umana. Il feto ha speranza nell’essere.

Camilla Ghellere per MIfacciodiCultura

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