Quentin Tarantino: il maestro del cinema postmoderno

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Quentin Tarantino: il maestro del cinema postmoderno

Quentin Tarantino
Quentin Tarantino

Il 27 marzo 1963 nasce il regista e sceneggiatore statunitense Quentin Tarantino, autore poliedrico, che grazie alla genialità delle sue opere è riuscito a imporsi come una delle figure più importanti dell’intera industria cinematografica. Conosciuto soprattutto per le sue costruzioni narrative altamente frammentate e per la sua capacità di coniugare molti stili e generi differenti tra di loro, Tarantino può essere definito a conti fatti come il massimo esponente del cinema postmoderno.

La sua passione per la Settima Arte è innata. Da giovane il regista trova lavoro come commesso presso un negozio di noleggio film, i Video Archives di Manhattan Beach in California, che gli permise di visionare quotidianamente numerose pellicole provenienti da tutto il mondo. Sviluppa così un’attrazione morbosa nei confronti dei b-movies, produzioni di bassa qualità realizzate con budget limitato, e verso il cinema italiano di genere, come gli spaghetti-western e il poliziottesco. La grande mole di film visionati in questo periodo della sua vita ritorna con forza nella sua produzione cinematografica attraverso numerose citazioni: ricercarle nei suoi film è diventato un vero e proprio passatempo appassionante per i cinefili più sfegatati.

Quentin Tarantino
Le iene

Il lavoro ai Video Archives fu anche un’ottima occasione per entrare in contatto con alcune personalità di spicco dell’industria hollywoodiana che spesso visitavano il negozio. In questo modo, Quentin Tarantino trovò l’ispirazione e la forza di volontà per scrivere insieme a Craig Hamann il suo primo film nel 1987, My Best Friend’s Birthday. Tuttavia, metà dell’opera andò perduta in seguito ad un incendio avvenuto durante lo sviluppo della pellicola. Senza perdersi d’animo, Tarantino si mise subito al lavoro su un nuovo progetto, Le iene, che diventerà realtà quando il celebre attore Harvey Keitel, colpito dalla sceneggiatura, deciderà di produrlo. Presentato al Sundance Film Festival nel 1992, l’esordio di Quentin Tarantino mette subito in chiaro gli elementi cardine della sua poetica. Le iene è innanzitutto un pastiche di riferimenti alla cultura popolare e al cinema, a partire dai nomi dei protagonisti. I rapinatori del film, tra i quali figura Quentin Tarantino stesso, utilizzano infatti i nomi dei colori per celare la loro identità proprio come nel film di Joseph Sargent del 1974 Il colpo della metropolitana (Un ostaggio al minuto). Oltre all’uso di innumerevoli citazioni per strizzare l’occhio allo spettatore, Le iene mette in luce anche le grandi capacità di Tarantino nell’articolazione della trama. Invece di presentare linearmente la rapina che sta al centro delle vicende del film, il regista decide di non mostrarla e di raccontarla invece a posteriori attraverso i dialoghi dei suoi protagonisti, riuscendo così a lasciare spazio anche a diversi colpi di scena che trovano perfettamente il loro ruolo nella storia.

Quentin Tarantino
Samuel L. Jackson e John Travolta in Pulp Fiction

La decostruzione narrativa della trama è uno degli aspetti che caratterizzano fortemente anche Pulp Fiction. Il secondo lungometraggio di Quentin Tarantino, vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes del 1994, racconta infatti diverse storie intrecciate tra di loro senza tuttavia farlo in ordine cronologico. In questo modo, la causalità salta e gli effetti ci vengono presentati prima degli eventi che li hanno originati. Il risultato di questa operazione è un continuo senso di smarrimento che mantiene lo spettatore ben saldo alla poltrona in attesa di ottenere le risposte agli interrogativi che lo animano. A contribuire a questa sensazione è un altro dei marchi di fabbrica dell’autore americano: l’estetizzazione della violenza. La rappresentazione della violenza in Pulp Fiction non vuole proporsi infatti come un tentativo di commento sociale ma come una vera e propria forma di spettacolarizzazione volta a creare un sentimento di piacere nello spettatore. Grazie anche ad una scrittura funambolica dei dialoghi, Tarantino riesce a rendere piacevoli numerose scene che a un primo impatto potrebbero apparire di cattivo gusto. Un esempio è il monologo sull’orologio d’oro pronunciato dal capitano Koons, interpretato da Christopher Walken, dove ironia e kitsch si uniscono in una sequenza grottesca ma non per questo poco interessante. Allo stesso modo, il surreale dialogo pronunciato da Vincent Vega e Jules Winnfield dedicato a un massaggio ai piedi è entrato nella storia del cinema come un grande esempio di ottima sceneggiatura.

Quentin Tarantino
Kill Bill – Volume 1

In tal senso, il film del 1997 di Tarantino Jackie Brown appare come una grande eccezione a livello stilistico all’interno della sua produzione cinematografica. Adattamento del romanzo noir Punch al rum di Elmore Leonard, il film eccelle nella caratterizzazione dei personaggi ma manca di ritmo, si protrae troppo a lungo e pecca di eccessiva linearità. Fortunatamente, il regista ritorna con Kill Bill – Volume 1 e Kill Bill – Volume 2 ad un’articolazione narrativa più stimolante. I due film, girati come un’unica opera ma usciti nelle sale in due momenti separati (il primo nel 2003, il secondo nel 2004), sono dei revenge movies. A differenza di Pulp Fiction, la rappresentazione della violenza nei Kill Bill non funge solo da elemento spettacolarizzante, come ad esempio nell’esagerazione della messa in scena del sangue, ma anche come motore narrativo. La protagonista della pellicola, interpretata da Uma Thurman, ricerca infatti vendetta dopo che un gruppo di assassini professionisti con cui lavorava l’ha tradita e ha causato la morte del figlio che portava in grembo. Tra numerosi flashback e riferimenti sia alla cultura orientale sia a quella occidentale, Kill Bill si presenta così come uno dei lavori più rappresentativi dell’arte cinematografica di Quentin Tarantino.

Escludendo il film del 2007 Grindhouse – A prova di morte, le opere più recenti del regista americano hanno cercato di riflettere su alcuni eventi della storia senza tuttavia abbandonare il suo ormai classico stile cinico e ironico che lo ha reso celebre. Bastardi senza gloria, del 2009, racconta l’occupazione nazista in Francia attraverso gli occhi di una ragazza ebrea chiamata Shosanna e di un gruppo di soldati americani. Utilizzando l’ucronia come espediente narrativo, Tarantino permette allo spettatore di assistere a eventi che nella realtà non si sono verificati per poter gioire della loro fittizia rappresentazione. Allo stesso modo, i western Django Unchained (2012) e The Hateful Eight (2015) si presentano come un’occasione importante per ripensare alla storia americana. La peculiarità che ha sempre caratterizzato i film di Tarantino però è ancora ben presente: la necessità di un commento sociale viene messa in disparte per lasciare spazio al puro godimento estetico.

Daniele Sacchi per MIfacciodiCultura

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