GelosaMente – Giovanni Boccaccio e la gelosia tra danno e beffa

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Boccaccio
Giovanni Boccaccio

Nell’ampio campionario di tipi e affetti umani che è il Decameron di Giovanni Boccaccio (Certaldo, 16 giugno 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375), troviamo certamente anche le persone gelose e la gelosia. In particolare, abbiamo già visto come, durante il Medioevo, la figura del marito geloso sia topica e ritorni frequentemente per rappresentare gli uomini burberi e, a volte, violenti che farebbero di tutto pur di affermare il proprio diritto di possesso sulla moglie. D’altronde, in quell’epoca il matrimonio era più affine a uno scambio mercantesco piuttosto che a una corrispondenza di sentimenti, e non era raro che il marito considerasse la sua sposa come una proprietà. Sta di fatto che, però, questi mariti gelosi avessero tratti anche piuttosto comici, che ben si adattano al tema della settima giornata del Decameron, ovvero le “beffe fatte dalle donne, per amore o per paura, ai loro mariti”. Ci occuperemo ora in particolare della novella quarta, narrata da Lauretta.

Si tratta della storia di Ghita, una bellissima donna «data per moglie» a Tofano, un ricco uomo aretino. Vorrei sottolineare l’espressione «data per moglie» poiché ci fa capire come la donna non avesse avuto minimamente voce in capitolo nella decisione del matrimonio, come era costume allora: solitamente, infatti, era la famiglia che decideva il destino delle fanciulle e a chi dovessero andare in moglie, preoccupandosi perlopiù che fosse un buon partito. Il matrimonio era dunque stabilito in base all’utile.

Questa è la situazione di partenza da cui poi si sviluppa la vicenda: e guarda caso, Tofano era proprio uno dei tradizionali mariti gelosi, che, «senza saper perché», divenne ben presto ossessionato dal controllo sulla moglie, che evidentemente aveva l’unica colpa di essere molto bella. Ghita più volte gli chiese le ragioni che motivassero questa sua gelosia, ma lui rispose adducendo scuse «generali e cattive». Inoltre, a peggiorare la relazione tra i due contribuiva il fatto che il marito fosse estremamente dedito al bere. Decise allora la donna di vendicarsi dei sospetti che il marito nutriva nei suoi confronti senza motivo: e la punizione per lui fu proprio quella di dargli un motivo per essere geloso.

BoccaccioApprofittando del fatto di avere un giovane corteggiatore, la donna decise di fare di lui un amante, approfittando delle – frequenti – notti in cui il marito tornava a casa ebbro. La mancanza di comunicazione fra marito e moglie aveva dunque portato lei a preferire di ingannarlo, passando sempre più notti a casa dell’amante.

Come ovvio a un certo punto il marito, seppur evidentemente poco attento ai sentimenti e alle necessità di Ghita, si accorse del cambiamento del suo comportamento, diventando ancora più geloso. Per verificare definitivamente i suoi sospetti, una sera decise dunque di fingersi ubriaco e addormentato, per poi osservare ciò che avrebbe fatto la moglie. E, appunto, la scoperse mentre usciva per recarsi dall’amante: era fatta, avrebbe ora potuto ora metterla alla gogna pubblica come moglie fedifraga. Per ottenere il suo scopo, la chiuse fuori di casa, cominciando a insultarla dalla finestra quando lei, tornando, provò a rientrare. I vicini, accorgendosi della situazione, etichettandola come adultera avrebbero completamente fatto perdere l’onore e la dignità a Ghita. Urgeva una soluzione: come tipico dei personaggi femminili boccacciani, Ghita utilizzò l’astuzia, e nel bui della notte fece credere al marito di suicidarsi buttandosi nel pozzo di casa per la disperazione. Poco importante, forse, per un marito che non l’ama poi così tanto; ma lei furbescamente specifica che, se lei si suicida, il vicinato penserà certamente che sia stato lui a ucciderla o indurla al suicidio per la sua condotta molesta e più fedele al vino che alla sposa.

Solo a quel punto, e sentendo un tonfo nel pozzo – provocato però non dalla moglie suicida bensì da una grossa pietra che lei getta al proprio posto – Tofano riflette su ciò che avrebbe perso: e corre fuori. Ma la beffa non è finita: Ghita coglie l’attimo per rifugiarsi in casa e chiudere, a propria volta, il marito fuori della porta. Un degno intreccio comico che mostra come l’uomo sia rimasto prigioniero sì della trappola della moglie, ma ancor prima sia rimasto vittima della trappola mentale della propria gelosia, che lo aveva ridotto a tal punto. Ora era lui fuori casa, a supplicare la moglie di farlo entrare: a questo punto, lei ebbe buon gioco a gridare a tutto il vicinato che Tofano ancora una volta si dimostrava quel ch’egli è, ovvero un marito villano e ubriacone, che lei non sopportava più.

La conclusione? I parenti della donna, informati, raggiunsero Tofano malmenandolo pesantemente e riportando Ghita nella casa della famiglia, per salvarla da quell’uomo abominevole. Tofano aveva subìto, dopo la beffa, il danno: ecco ciò che merita uno scorbutico marito geloso, sembra suggerire Boccaccio.

BoccaccioL’autore, infatti, coglie come sempre l’occasione per criticare certi costumi dei propri contemporanei, e in questo caso specialmente le villanie che la gelosia porta spesso gli uomini a compiere nei confronti delle proprie donne.

Il tema è trattato in maniera leggera, i personaggi hanno tratti a volte caricaturali, e riprendono i tipi fissi della donna astuta e del marito beone. La novella, tuttavia, induce alla riflessione: sempre meglio pensare razionalmente prima di condannare gli altri a causa di sospetti infondati, come Tofano fa all’inizio del matrimonio nei confronti della moglie.

La conclusione, comunque, è lieta e ironica, seguendo lo schema di una commedia: Tofano fa il proprio mea culpa e, rendendosi conto di voler bene a Ghita, va a riprenderla a casa della sua famiglia, promettendo solennemente di non essere mai più geloso. Ma attenti: non che improvvisamente sia riscoppiato l’amore; semplicemente, non voleva rinunciare ad avere una sposa, disposto persino ad accettare che Ghita «ogni suo piacer facesse, ma sì saviamente, che egli non se ne avvedesse». Insomma, occhio non vede, cuore non duole: Tofano conferma di essere non tanto una persona reale, quanto una maschera comica, suggerendo però al lettore di pensare quanto spesso nascondiamo i nostri reali impulsi per soggiacere alle convenzioni sociali. La conclusione ilare fornisce anche lo spunto per un motto finale che altro non è che la versione medievale del nostro «make love, not war»: «E viva amore, e muoia soldo e tutta la brigata».

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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