Il Vortice Filosofico – Platone e le quote rosa

0 997

Il Vortice Filosofico – Platone e le quote rosa

«Non vi è dunque nell’ambito della gestione della città alcuna occupazione che sia propria della donna perché è una donna, né dell’uomo perché è un uomo.»

Platone, Rep. V

È davvero il caso di dirlo: a volte gli antichi sono più moderni dei contemporanei! Lasciando da parte la problematizzazione della categoria di modernità, e accettandone invece il significato più immediato, una breve riflessione sulla concezione del femminile da parte di Platone è doverosa e, a parere di chi scrive, urgente, per togliere di mezzo un po’ di quella banalità che normalmente si deposita sul tema.

Essa è massimamente rappresentata dai discorsi, sempre più abusati dalla scena mediatica, sulle cosiddette quote rose: queste, garantendo d’ufficio alle donne un numero di posti riservati all’interno delle liste elettorali, sono in realtà un regresso del terzo millennio se paragonate con le parole del IV secolo del filosofo di Atene. La quota rosa è una concessione e non una vera cognizione sociale di quanto uomo e donna siano in grado di assumere ruoli di dirigenza politica in modo del tutto congruente.

La Repubblica di Platone, invece, non contiene nessuna concessione buonista: in essa piuttosto si rinviene una lucida analisi delle ragioni che hanno portato le contemporanee del filosofo dell’Accademia a vivere una condizione di inferiorità, oltre che una chiara ricetta per sorpassare tale stasi. È, per l’antico moderno, la paideia lo snodo della vicenda: l’inferiorità femminile, convinzione indiscussa della cultura greca del tempo, dipendeva soltanto dalla mancanza di un’adeguata educazione delle donne, vincolate come erano dalle mansioni della casa e dagli oneri dell’allevamento dei figli.

Come ci ricorda il grande Mario Vegetti, esegeta italiano del pensiero platonico, quando Platone dice che proprio «secondo natura la donna deve partecipare a tutte le funzioni, e a tutte l’uomo» il filosofo sta esplicitando la più radicale dichiarazione di uguaglianza di diritti e di doveri fra i sessi che l’antichità abbia mai formulato. L’elemento che fa di Platone un antico più moderno di tanti ministri per le pari opportunità del Duemila è proprio la capacità di comprendere e veicolare che ogni uguaglianza sostanziale parte non da concessioni di diritti, bensì da assunzioni di doveri che trascendono generi o altre categorizzazioni.

Il punto per Platone è solo quello di uguagliare uomo e donna negli strumenti di espressione della loro natura, la quale, invece, è già sullo stesso piano intellettivo: se liberate dalla pressione dell’oikos (ambiente domestico), le donne potranno allora dedicarsi, parimenti agli uomini, alle mansioni di governo politico.

Oggi la civiltà ha dimenticato questo prezioso insegnamento filosofico e nel vortice della sua regressione svilente ha riproposto l’argomento naturale in merito alla discriminazione di genere: ecco che la donna politica diviene facile bersaglio di aspra critica se considerata nel suo setting familiare. La nostra epoca, in parole molto semplici, vuole troppo dalle donne: chiede loro di essere più degli uomini, affidando ad esse ben due compiti incompatibili, laddove predica delle stesse l’uguaglianza con gli uomini, invece gravati di un solo ruolo chiave.

Questa esagerazione Platone l’aveva colta e nella sua utopia spiega a chiare lettere che la condicio sine qua non per la formalizzazione dell’uguaglianza uomo-donna sono l’abolizione e lo sradicamento della cultura dell’oikos, ovvero della dimensione culturale che riconosce la femmina come madre allevatrice oltre che come macchina generatrice. Quello di Platone è uno spietato, ma forse più onesto della nostra cecità, aut aut: o donna madre-moglie o donna educata-politica. Ragionando per assurdo, Platone, intervistato in qualche salotto televisivo, probabilmente non riuscirebbe a comprendere il nostro dibattere sulla questione femminile in politica perché appunto rinverrebbe nello stesso un non-senso di fondo: perché mai, in virtù di una sventolata uguaglianza, dovremmo chiedere di più alle donne che agli uomini? Se essi hanno davvero natura uguale, allora tale richiesta è filosoficamente inconsistente.

Al di là delle radicalizzazioni, ammettendo che non solo i secoli, ma anche i millenni si sono succeduti, rimane il fatto che la questione del ruolo politico della donna in relazione al suo legame con le mansioni materne è una spina nel fianco per la riflessione in maniera trasversale nel tempo. La differenza tra Platone e i nostri intellettuali è forse soltanto la pigrizia riflessiva e atrofizzante che affligge i secondi: quando il dialogo da vivo e vibrante si smorza in formule stanche e ripetute a scadenza accertata rimane solo una possibilità, ovvero rispolverare qualche antico moderno sapiente consigliere. La storia della filosofia, se manipolata con spirito più filosofico che storico, è dunque un potentissimo strumento di critica e messa in discussione delle problematiche più pungenti del nostro, come in realtà di ogni altro tempo. Domande che attraversano indelebilmente e quasi uguali a se stesse le epoche o piuttosto aggregati umani domandanti che vivono tutti i tempi fin ora conosciuti? In quali dei due poli risiede il segreto del fare filosofico? Ma questa è tutta un’altra “vorticosa” questione…

Francesco Girolimetto per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.