Alena Zhandarova, cantastorie surrealista dell’immagine

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Alena Zhandarova, cantastorie surrealista dell’immagine

Puree with a taste of Triangles

Alena Zhandarova è una giovane artista russa: dopo aver studiato Fine Art allo IED di Madrid, ha conquistato velocemente il resto d’Europa e del mondo, grazie alle sue innate capacità creative e immaginative.

Esplorazione ed espansione sono due parole chiave spesso utilizzare da Alena per descrivere il suo lavoro, intese come espansione della percezione che abbiamo del mondo, di noi stessi e delle persone che ci circondano, ed esplorazione dei volti e delle anime, delle situazioni e degli ambienti. È affascinata dall’opportunità che la fotografia le accorda di improvvisarsi narratrice visiva di storie da lei scritte. Alena scrive il suo copione, con i suoi protagonisti, scenografie e colpi di scena. La trama appare intricata e confusa, con molti elementi intrecciati tra di loro senza nessuna apparente connessione, ma forse è proprio questo scontro di materie e superfici che conferisce all’immagine la tanto ricercata valenza onirica.
Il fulcro del lavoro di Alena Zhandarova è il ritratto e l’autoritratto: l’artista gioca con l’incompatibile armonia di forme per scrivere le sue favole con i suoi eroi personali. I suoi ritratti sono agiti e narrati, ma anche recitati e ambientati, traboccano d’implicazioni semiotiche e simboliche, frutto delle sensazioni dell’artista.

La fotografa Inge Morath disse: «La capacità di svelare un carattere è l’essenza di un buon ritrattista, un buon ritratto coglie un momento d’immobilità nei flussi quotidiani delle cose quando l’interiorità di una persona riesce a trapelare» e l’interiorità della Zhandarova trapela nitidamente e con slancio. Nelle sue opere è riflessa la sua coscienza, la sua spiritualità, il suo percorso d’introspezione. Tramite la fotografia materializza le sue emozioni e le sue esperienze in un distinto linguaggio visivo. Stravolge il contesto e interagisce in modo sublime con lo spazio.

Puree with a taste of Triangles

Nella sua serie di ritratti Puree With A Taste Of Triangles possiamo notare una chiara rottura con le convenzioni del ritratto fotografico. Le sue immagini sono difatti tanto bizzarre e attraenti quanto il nome del progetto. Il suo volto è sempre coperto: la protagonista entra a far parte dello sfondo, della mobilia, della carta da parati e degli ornamenti presenti nell’ambiente circostante. La sua presenza è amalgamata con ciò che le è attorno, le sue caratteristiche fisiche diluite nei vari pattern e negli oggetti che ricordano un povero stile rococò.

La fotografa parla del desiderio di combinare cose in apparenza incompatibili, creando qualcosa dal nulla, trovando casualmente inverosimili coincidenze che si sviluppano attorno ad una storia.

È affascinante, in tutte le sue serie, la copresenza nella stessa immagine di superfici e materiali completamente diversi. L’organico si mischia all’inorganico, la plastica al tessuto, il pizzo alla polposità della frutta, la viscosità del pesce alla morbidezza della pelle, la trama dei capelli alla puntigliosità di una grattugia. Le strutture si fondono, si attraggono e si respingono in un gioco di ruoli e di composizione, quasi fosse un’esperienza tattile oltre che visiva.

Puree with a taste of Triangles

La Città delle Spose è invece una serie d’immagini scattate a Ivanovo, una città russa dove vivono molte donne impiegate in un’industria tessile, città natale di Alena. L’artista approccia e fotografa le lavoratrici circondandole da un’aura di misticismo e di teatralità. Il tessuto è simultaneamente protagonista, viene esaltata la sua texture, il pizzo, il panneggio, le sue increspature e i suoi movimenti morbidi e definiti.

Alena Zhandarova esplora il tema dell’unicità e della diversità, la congiunzione e lo sfaso fra mondo interno ed esterno: ascolta attentamente l’interno e nel comunicare con l’esterno segue le proprie regole visive e di composizione. La sua fotografia rimanda a uno stile cinematico, costruito e recitato ma allo stesso tempo sottilmente bilanciato, interagisce magicamente con gli spazi, trasforma l’ordinario in straordinario.

Chiara Salvi per MIfacciodiCultura

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