“Loud Places”: il breve cortometraggio dei luoghi perduti della musica

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Loud Places: il breve cortometraggio dei luoghi perduti della musica

Mathy Tremewan e Fran Broadhurst hanno deciso di ridare vita ai Loud places, celebrando in un cortometraggio da 6 minuti quegli angoli di città addormentati, o peggio ancora morti, che un tempo non molto lontano hanno rappresentato veri e propri templi pagani per  uomini e donne accomunati dalle stesse passioni.

L’Hammersmith Palais a Londra, il Rose Bonbon a Parigi e il Quartier Latin a Berlino sono stati, per anni, molto più che dei semplici club. Sono stati il punto di incontro di generazioni diverse, il crocevia di idee politiche e culle di un’effervescenza culturale e artistica che faceva capolino in un secolo segnato tragicamente da conflitti.

Ritornare nella propria città a distanza di anni e vederla cambiata, trasformata, fa male. Ripercorrere un tempo le strade affollate da gente entusiasta per un concerto dei Beatles, dei Ramones o dei Clash e ascoltare ora il silenzio e l’indifferenza più assoluta fa pensare a come il mondo sia cambiato. I suoni, gli odori, i volumi di un tempo sono sostituiti dall’acciottolare dei piatti, dal rombo delle televisioni, dallo strisciare di sedie e il rumore di tapis roulant.

Un numero. Una strada. Una storia.

È stata una grande rivoluzione persa e non succederà mai più niente di simile.

Comincia così  Loud Places, con immagini e frammenti di video originali che rimandano al clima degli “antichi fasti”. Attraverso il breve cortometraggio, Mathy e Fran riescono a tirare indietro le lancette dell’orologio e farci ritornare (o andare per la prima volta) nei mitici anni ’70: lo fanno grazie ai ricordi, le testimonianze di chi c’era, a immagini di repertorio e recuperando i suoni originali.

La voce nostalgica di un uomo, probabilmente di mezz’età, consapevole di essere stato uno dei privilegiati testimoni di un momento probabilmente irripetibile, racconta la sua esperienza: «Quando sono tornato al Quartier Latin e non l’ho più trovato perché era andato, chiuso, io continuavo a ripetermi: c’è qualcosa che manca (…) Era tutto, era il palcoscenico».

Il Quartier Latin di Berlino è stato, tra gli anni 1970-1989, sede di musicisti blues e jazz della città, luogo in cui il pubblico urlante era pronto a dimenarsi e cantare. Oggi è un teatro per commedie e prose dove sono protagoniste sedie e poltroncine numerate.

Anche il Rose Bonbon a Parigi e l’Hammersmith a Londra sono stati il punto di riferimento per numerose band rock (agli esordi e non): basti pensare che sui loro palchi si sono esibiti gruppo come i Beatles, i Cure, gli U2. Concerti assolutamente lontani da tutte quelle logiche di mercato e profitto che oggi giorno pervadono l’industria musicale: si faceva musica per mera passione, per la voglia di essere sul palco e offrire qualcosa al pubblico, condividere un’emozione, lasciare un segno. Concerti molto più democratici, alla portata di tutti. Si poteva assistere allo spettacolo dei Rolling Stones, degli Smiths, di David Bowie,  a poco più di 4 dollari. «Potevi andare sola in posti come l’Hammersmith e non sentirti mai sola – racconta una frequentatrice che compare nel cortometraggio – le persone si trovavano, si connettevano in un modo impensabile adesso: completi estranei sembravano incollarsi l’uno all’altro.»

Loud Places si propone allora come uno sguardo nostalgico a quelle rivoluzioni perdute, a storie inerenti a luoghi che hanno ospitato momenti  creativi e spontanei, sottolineando come, nonostante i club siano stati trasformati in nome delle esigenze di una società dedita al consumismo, il residuo creativo e l’eredità di cantanti e musicisti parli ancora tra le pareti di attuali ristoranti, teatri o palestre.

Perché la creatività lascia un segno, un’impronta che scorre attraverso luoghi, città e la memoria di chi ha vissuto quelle rivoluzioni mancate.

 

Eleonora Vergine per MIfacciodiCultura

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