“Give Me Yesterday”: fotografia come diario contemporaneo all’Osservatorio della Fondazione Prada

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Give Me Yesterday: fotografia come diario contemporaneo all’Osservatorio della Fondazione Prada

Ryan McGinley, Dakota (Hair), 2004
Ryan McGinley, Dakota (Hair), 2004

Nell’esistenza di ognuno è fondamentale la testimonianza del proprio vissuto, cercando di racchiuderne i contenuti in scritti o figure. È proprio questo il fulcro della mostra Give Me Yesterday curata dal critico fotografico Francesco Zanot per l’Osservatorio in Galleria Vittorio Emanuele della Fondazione Prada. Sui due livelli dello spazio espositivo si hanno 14 autori, con lavori che mostrano come da vent’anni la fotografia costituisca sempre più la reificazione ultramoderna del diario personale.

Le prime opere che si notano entrando nella sala sono di Ryan McGinley (New Jersey, 1977), che con i suoi scatti cattura amici in momenti di puro edonismo e vitalismo. I soggetti sono spesso nudi, rappresentando così l’energia e la vivacità della controcultura americana degli anni Novanta, nonché il legame intrinseco tra uomo e natura, mediato dalle costruzioni culturali.

Sono queste costruzioni culturali che Leigh Ledare (Seattle, 1976) va a scandagliare, rompendo nettamente i tabù occidentali, come si può notare dalle opere che rappresentano la relazione complessa con sua madre. Quest’ultima viene fotografata in momenti decisamente intimi, in cui la maternità morigerata e pudica della struttura famigliare borghese viene sovvertita da scene di sesso con sconosciuti e pose provocatorie, che sottendono sofferenza e fragilità. Il rapporto con la propria madre si trova anche negli scatti di Maurice van Es (Rijnsburg, 1984), ma non mediante la sua diretta presenza, bensì con il legame con determinati oggetti e abiti che va a riordinare. Si hanno dunque 5 fotografie dal nome To me you are a work of art, che fanno pensare alla cultura del ready-made tanto cara al mondo dell’arte contemporanea.

Lebohang Kganye, Ka mose wa malomo kwana 44 I, 2013
Lebohang Kganye, Ka mose wa malomo kwana 44 I, 2013

A conclusione del primo piano della mostra, due artisti che giocano sulla narratività della fotografia: Wen Ling (Pechino, 1976) e Vendula Knopová (Usti nad Orlici, 1987). Del primo si raccolgono diverse sequenze di fotogrammi dal suo blog zyboy.com, esperimento innovativo di blogging attivo fino al 2008 con cui racconta la vita privata e pubblica cinese; la seconda prende invece materiale di diverso genere sulla propria famiglia (foto e video) dall’hard disk e costruisce un montaggio ai limiti del surreale.

Nel secondo piano si ha invece una prima parte particolarmente introspettiva, innanzitutto per l’insieme di istantanee Ho preso le distanze di Irene Fenara (Bologna, 1990), che indagano con l’impatto vintage delle Polaroid sul mondo delle sue relazioni interpersonali, prendendo come unità di misura la prossemica. Di relazioni parla peraltro anche Lebohang Kganye (Johannesburg, 1990), che affronta la perdita recente della propria madre inserendosi digitalmente in fotografie con questa, prelevandone vestiti e imitandone le pose, portando alla fine dei confini tra passato e presente. Un lutto ma di tipo sentimentale è affrontato anche da Tomé Duarte (Porto, 1979), che dopo essere stato lasciato dalla sua fidanzata scatta una sequenza di momenti chiamata Camera Woman, in cui cerca di immedesimarsi in toto nell’ex. A uscire dagli schemi di questa sezione della mostra sono: Izumi Miyazaki (Tokyo, 1994), che tramite un profilo Tumblr pubblica da anni fotografie assurde e scioccanti, esteriorizzazioni di particolari stati d’animo (come l’immagine di copertina dell’articolo), e Melanie Bonajo (Heerlen, 1978) con le sue 60 fotografie di pianti tra il 2001 e il 2011, in cui si sente il retaggio della fotografia tipologica tedesca e del culto del selfie, con risultati però totalmente dissonanti.

Antonio Rovaldi, Orizzonte in Italia, 2011-2014
Antonio Rovaldi, Orizzonte in Italia, 2011-2014

Nell’ultima parte della mostra si affrontano altre tematiche, come accade con Joanna Piotrowska (Varsavia, 1985), che ha chiesto ad alcune persone di compiere gesti intimi per far riaffiorare i traumi dell’infanzia, secondo le teorie della psicologia sistemica di Bert Hellinger: le sue fotografie vanno a catturare il distacco di queste pose, che nascondono i moti pulsionali. Esse esprimono dunque un qualcosa che altrimenti non si sarebbe riusciti a esternare, come è accaduto anche a Greg Reynolds (Lexington, 1958), che ha recuperato una serie di documenti visivi inerenti a quando faceva il pastore in un’organizzazione evangelica, prima che l’abbandonasse una volta dichiaratosi omosessuale. Kenta Cobayashi (Kanagawa, 1992) va invece a scandagliare i mutamenti profondi della fotografia negli ultimi anni a livello tecnologico a favore del digitale, che hanno portato alla fusione dei processi di scatto e post-produzione: si hanno così molteplici varianti della stessa foto, con manipolazioni un tempo inimmaginabili. L’ultimo artista è Antonio Rovaldi (Parma, 1975), che con Orizzonte in Italia ci regala una linea ininterrotta di orizzonti della costa della Penisola italiana, osservati durante viaggi in bicicletta tra 2011 e 2014.

In questa mostra dunque si possono vedere stili e soggetti diversi, ma il sostrato concettuale rimane lo stesso, ossia il legame tra passato e presente nella Fotografia contemporanea, in un gioco fisico e linguistico che va spesso ad annientare il primo: Give Me Yesterday.

Give Me Yesterday
A cura di Francesco Zanot
Osservatorio Fondazione Prada, Milano
Dal 21 dicembre 2016 al 14 maggio 2017

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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