“Senza utopia non si fa la realtà”: il sogno museale di Franco Russoli

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Senza utopia non si fa la realtà: il sogno museale di Franco Russoli

È stato presentato ieri presso la Pinacoteca di Brera, il volume edito da Skira Senza utopia non si fa la realtà. Scritti sul museo (1952-1977) che raccoglie gli scritti di Franco Russoli, direttore di Brera dal 1957 al ’77. La stampa di questo libro non è stata affatto semplice: fuori catalogo e la casa editrice senza più i diritti sono stati gli ostacoli maggiori, superati grazie alla studiosa Erica Bernardi. Quest’ultima, che ha compiuto una tesi di dottorato su Russoli e ne gestisce l’archivio dal 2012, con la collaborazione degli eredi che hanno concesso i diritti, ha curato la pubblicazione di questo prezioso libro, scrivendo il saggio introduttivo che permette una contestualizzazione storica delle idee del direttore storico della Pinacoteca.

Alla presentazione è intervenuto ovviamente anche James Bradburne, direttore attuale e grande estimatore di Russoli: scoperto solo una volta insediatosi a Brera, ha caldeggiato la ripubblicazione del libro ed ora si auspica che venga tradotto in inglese per diffonderne il pensiero nel mondo, vista la sua validità e attualità.

Perché Franco Russoli fu così innovativo? Perché il suo pensiero è stato per così tanti anni nascosto e sconosciuto come dimostra la mancata ristampa dei suoi saggi? Per capirlo, basta dire una sola cosa: Grande Brera. Già, perché Russoli fu uno dei primi a parlare di questo magnificente (ed osteggiato) progetto che comprendeva oltre alla storica sede di Brera anche l’attiguo Palazzo Citterio, progetto rimasto bloccato per oltre quarant’anni e che oggi finalmente potrebbe vedersi realizzato grazie all’entusiasmo e all’approccio innovativo di Bradburne.

E, del resto, a cosa si riducono, necessariamente, quegli universali e dottrinali comandamenti circa il ruolo e la funzione del museo come elemento attivo nella società? Ad ammonire che tale istituzione non deve essere considerata (o non deve essere considerata soltanto) un tempio, una camera del tesoro, un archivio, un laboratorio, uno strumento di informazione a diversi livelli culturali, un luogo di ricerca specialistica. A ricordare che il materiale che il museo conserva deve essere messo a disposizione dell’uomo in modo tale che questi possa attingervi non soltanto nozioni e piaceri, ma anche e soprattutto idee in una libera presa di coscienza. Che sia quindi uno strumento maieutico, di conoscenza problematica della natura e della storia, che non guidi ad un indottrinamento dogmatico, ma che dia materia e occasione a un “giudizio” libero, spontaneo, magari contestatario, maturato attraverso il rapporto diretto (sia esso di carattere estetico, storico o scientifico) documenti originali dell’evoluzione della vita della natura, della società, dell’uomo.

Franco Russoli. Il museo come elemento attivo nella società. In: Franco Russoli. Il Museo nella società. Analisi, proposte, interventi (1952-1977). Milano: Feltrinelli Economica, 1981, pp. 7-13.

Cos’era il museo per Franco Russoli? Cosa intendeva per Grande Brera? Il museo doveva essere parte integrante della città, incastonato nel tessuto cittadino e punto nevralgico di esso, elemento imprescindibile della vita sociale, luogo di incontro e di scambio: un laboratorio di idee e conoscenza sempre in divenire, didattico ma senza incutere timore. La Grande Brera invece era intesa come un percorso che includeva tutte le diverse realtà di questo fondamentale polo culturale: la Pinacoteca storica, l’osservatorio, l’orto botanico ed infine Palazzo Citterio, pensato per ospitare tutta la collezione di arte moderna e contemporanea. Questo suo sogno si fece strada negli anni ’70, quando riuscì ad acquisire il Palazzo, salvo poi incappare in problematiche burocratiche e culturali. Erano appunto gli anni ’70, un periodo in cui la cultura si “stacca” da Milano, passa in secondo piano in favore di altri interessi primari per la città: sono gli anni in cui si forma a tutti gli effetti il “mito” della città senz’anima improntata esclusivamente sul business, una città fredda e culturalmente piatta, grigia. La rivoluzione che Franco Russoli vuole portare nel sistema museale milanese si arresta nel ’77, quando a soli 54 anni muore improvvisamente.

Nativo di Firenze ma pisano d’adozione, Franco Russoli fu una personalità davvero brillante e il suo pensiero decisamente lungimirante. Partecipò alla Resistenza mosso dal suo radicato senso civico e finita la guerra si laureò nel ’45 con una tesi sui Macchiaioli. Dopo un periodo alla Sopraintendenza di Pisa, venne trasferito a Milano dove ebbe la possibilità di lavorare con Fernanda Wittgens, direttrice di Brera, che in lui riconobbe subito le grandi capacità. Insieme ricostruirono i musei milanesi devastati dalla Seconda Guerra Mondiale. Docente, curatore, teorico della museologia, partecipò attivamente alla creazione del FAI, del Comitato nazionale di ICOM e soprattutto del Ministero dei Beni Culturali nel 1974.

Una persona dinamica il cui pensiero all’avanguardia risulta attuale anche oggi, a quarant’anni dalla sua formulazione: era forse Russoli decisamente avanti per la sua epoca oppure semplicemente chi di dovere non ha saputo cogliere la potenza del suo pensiero? Perché dagli anni ’70 ad oggi è rimasto tutto bloccato ed incompiuto? James Bradburne ha confermato ieri che nel 2018 Palazzo Citterio verrà aperto al pubblico e comincerà a prendere forma il sogno di un polo museale davvero unico nel suo genere: perché si è dovuta attendere la venuta di un direttore “internazionale” per far sì che Brera si modernizzasse ed uscisse dal suo involucro vetusto? Che forse l’Italia sia legata (in ogni ambito, sia chiaro) a una certa staticità che ormai stride con il mondo attuale? L’attualità dei testi di Russoli dimostrano che è proprio così.

Resta in sospeso la questione dell’Accademia, ma in questo purtroppo il pensiero-faro dello storico direttore non ci può aiutare: rispetto a quarant’anni fa gli studenti sono davvero molti di più, come è cambiato il concetto di studio. A questa spinosa questione toccherà trovare una soluzione a James Bradburne.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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