In un mondo di luci, sentirsi nessuno: l’amara vita di Luigi Tenco

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In un mondo di luci, sentirsi nessuno: l’amara vita di Luigi Tenco

Signori benpensanti

spero non vi dispiaccia

se in cielo in mezzo ai Santi

Dio fra le sue braccia

soffocherà il singhiozzo

di quelle labbra smorte

che all’odio e all’ignoranza

preferirono la morte

Preghiera di gennaio Fabrizio De André

Una pistola. Un biglietto. Un corpo riverso sul tappeto. La giacca scomposta, la camicia bianca semi-aperta, il corpo con le gambe leggermente piegate e le braccia in grembo, come chi aspetta tranquillamente qualcosa. I capelli scomposti. Il sangue che conferma una verità già lampante, l’incredulità che si deve arrendere all’evidenza: Luigi Tenco è morto. Lo trovano la fidanzata, la cantante Dalida, e l’amico Lucio Dalla.

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L. Tenco

S’è sparato, dicono i giornali.

La notte tra il 26 e il 27 gennaio del 1967 Luigi lascia queste stanche membra, questo mondo che tanto lo aveva messo alla prova. Che non lo aveva proprio capito. Tra gli scherni e le risa di quella serata a Sanremo così strano, probabilmente così tanto ubriaco. Li sentite ancora i bisbigli, dietro le quinte, che dicono che Tenco è alticcio, non ce la fa, forse ha preso qualche pasticca. Sul palco è rigido, stona, non convince. Lui, che sempre aveva odiato televisione e palcoscenico, quella sera sembra proprio non reggere la tensione. Quella sua Ciao, amore, ciao, forse una delle sue più struggenti ballate, resa gravida di sommessi significati dopo quella fatidica notte, sembrava per lui un macigno da cantare.

Non era tranquillo, Luigi. Qualche giorno prima avevano cercato di speronarlo mentre era alla guida. Non si sente sicuro. Compra una pistola. Litiga con Dalida, allora sua compagna: dopo che lui, così riservato e schivo, le aveva rivelato le sue preoccupazioni, lei aveva divulgato la notizia ad altri. Nel solo tentativo di aiutarlo. Ma a lui no, non va proprio. E poi c’è il Festival, c’è Mike Buongiorno che lo attende sul palco, la giuria, la gara.

I fantasmi che lo perseguitano.

E allora, a cena, il vino sembra più invitate del cibo.

La canzone racimola solo 38 voti su una giuria popolare di 900 persone.

Eccoli lì, i suoi dubbi, resi lampanti: è stato eliminato.

Il giorno dopo vuole una conferenza stampa: è ora di dire quello che il suo cuore, tormentato e fremente, sa già da tempo.

Invece, Tenco si spara. Nessuno sente lo sparo, nessuno se ne accorge. In un lampo silenzioso, in un ultimo atto di amore tormentato per questo mondo, finisce su un tappeto di una stanza numero 219 la vita di un uomo dalle mille ombre, dai mille tormenti, dai mille dubbi.

Ancora oggi, nessuno ha mai stabilito chi sparò. Fu suicidio? Fu omicidio?
Nel 2005 il caso è stato archiviato. Bollato come suicidio. Lasciando convinti veramente pochi.

Eppure, al di là di chi abbia premuto il grilletto, la risposta sembra già emergere dalle nostre labbra prima ancora che si possa parlare di quanto l’indagine venne condotta male, sommariamente e senza troppa cautela.

Tenco l’hanno ammazzato.

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.

Può essere bastato così poco, in quel periodo così fragile della sua esistenza, a indurlo ad uccidersi?

Luigi non era un uomo di spettacolo, benché ormai lo fosse diventato.

Da sinistra: Giorgio Gaber, Paolo Tomelleri, Gianfranco Reverberi, Luigi Tenco e Rolando Ceragioli
Da sinistra: Giorgio Gaber, Paolo Tomelleri, Gianfranco Reverberi, Luigi Tenco e Rolando Ceragioli

Nato a Cassine, in provincia di Alessandria, il 21 marzo 1938, la sua carriera iniziò come sassofonista Jazz, nutrendosi di miti come Jelly Roll Morton, Garry Mulligan o Paul Desmond. Da giovane suona con altri grandi della tradizione italiana, come Bruno Lauzi, Gino Paoli e De André, nonché Ornella Vanoni (in Se qualcuno ti dirà suonò anche il sassofono, il suo strumento).

Nel 1959 incide per Ricordi il suo primo album, dove incontra Paoli e la Vanoni. Passa poi alla Saar, fino ad arrivare alla RCA nel 1996. Anno in cui incontra e si innamora di Dalida.

Ma a Tenco il palco sta stretto: lui vuole cantare, sì. Ma non vuole cantare solo d’amore. Eppure, Luigi televisivamente rende tanto, troppo: le ragazze sono innamorate tutte di lui, del suo lato tenebroso, del suo dolore e della sua bellezza. Sembra un personaggio perfetto per vendere dischi. Giovane, attraente, struggente: il sogno di ogni donna, in quegli anni così turbolenti tra i Sessanta e i Settanta.

Io sono uno

che non nasconde le sue idee, questo è vero

perché non mi piacciono quelli

che vogliono andar d’accordo con tutti

e che cambiano ogni volta bandiera

per tirare a campare.

Io sono unoLuigi Tenco

Al cantante comincia ad andare stretto questo personaggio. Lui, che proprio non ama esibirsi, vuole cantare le sue canzoni. Basta canzonette d’amore, basta struggenti storie romantiche: ci sono le ballate impegnate, bisogna parlare della gente, della moda, della società piena di contraddizioni e ipocrisie.

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Tenco e Dalida

C’è la storia del cameriere Antonio con la sua acqua blu. Canzone, La ballata della moda, che guarda caso mette in mostra come, alla fine, tutti cadono nella sottile rete delle pubblicità e delle imposizioni della società.

Proprio come fece Luigi: alla fine, fu quello che tutti volevano da lui.

Il bello e dannato.

Mentre lui scriveva poesie, cantava struggenti amori ma anche forti messaggi esistenziali, tutti badavano più a quanto beveva, a quale donna era affianco a lui e simili frivolezze.

Una personalità così profonda, un essere che così difficilmente riusciva a essere in sintonia con quello che lo circondava, si lasciò trascinare passivamente da quello strano mondo che andava costruendosi attorno a lui.

Quello della facciata, della parvenza.

Un sassofonista che si esibiva con gli amici, un uomo con l’anima così tormentata che solo durante il canto riusciva a esprimersi davvero per come era.

Puro, semplice, umano. Troppo umano.

Dio di misericordia il tuo bel Paradiso

lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso

per quelli che han vissuto con la coscienza pura

l’inferno esiste solo per chi ne ha paura

Meglio di lui nessuno mai ti potrà indicare

gli errori di noi tutti che puoi e vuoi salvare

Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento

Dio di misericordia, vedrai, sarai contento

Preghiera di gennaioFabrizio De André

In questo 21 marzo 2017 Luigi Tenco avrebbe compiuto 79 anni: mentre tutti ricordano i 50 anni dalla morte, c’è chi ha preferito ricordasi della sua vita, andando controcorrente e omaggiando il suo compleanno. È nato così Luigi Tenco, marzo 2017. In qualche parte del mondo, un grande e diffuso omaggio al cantautore piemontese che si svolgerà fino al 28 marzo con ben 38 eventi, sparsi dalla Lombardia alla Calabria, arrivando anche oltreconfine, a Parigi, alla Sorbona.

A cura di Enrico Deregibus e Stefano Starace, che l’hanno anche ideata, potete trovare tutti gli aggiornamenti e le info sulla pagina Facebook

 

Ciao, Luigi, ciao.

 

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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