GelosaMente – “Ecco le spine senza rose”: la gelosia secondo Goldoni

La rubrica GelosaMente oggi si occupa di una commedia di Carlo Goldoni che trova il suo fulcro nella gelosia: si tratta de La gelosia di Lindoro, rappresentata a Venezia nel 1764 e ambientata a Pavia. È un testo poco conosciuto rispetto al capolavoro La locandiera, ed è tuttavia percorso dalla stessa innovativa attenzione per la resa delle sfumature psicologiche dei personaggi: con Goldoni si giunge infatti al superamento delle maschere caricaturali della commedia dell’arte; si ottengono, finalmente, dei caratteri umani verosimili, immortalati in situazioni di vita quotidiana con le loro incertezze e contraddizioni.

In questo caso, il personaggio contraddittorio è Lindoro. Da una parte, infatti, troviamo il grande amore da lui provato per l’affezionata moglie Zelinda, a cui Goldoni aveva dedicato un’altra commedia proprio pochi mesi prima, intitolata Gli amori di Zelinda e Lindoro. Dall’altra parte, invece, troviamo i detestabili sospetti dello stesso Lindoro provocati dai presunti tradimenti della moglie, che gli impediscono di vivere felicemente il matrimonio. La situazione è simile a quella vista nell’Otello di Shakespeare: nozze felici che, a causa di equivoci e mancanza di fiducia, si trasformano in un incubo di odio e risentimento. Non possiamo non notare che, nella tragedia shakespeariana come nella commedia goldoniana, a provare un’insana gelosia è la figura maschile, mentre la figura femminile risulta sempre essere vittima innocente d’ingiusti sospetti.

Constatiamo, inoltre, come la gelosia sia solitamente accompagnata dalla prevaricazione dell’uomo sulla donna. In un momento di particolare foga, il protagonista arriva a dire di Zelinda: «Ella è mia moglie, ed io solo ho sopra di lei l’autorità ed il potere». Anche questo comportamento si può leggere in parallelo con gli sfoghi sprezzanti dell’irato Otello, che non rinuncia a ingiuriare Desdemona quando si autoconvince che gli sia stata infedele.

Lindoro fa andare di pari passo l’amore con il rispetto che la moglie gli deve tributare:

Ecco qui, in questa casa non son padrone di comandare a mia moglie: a poco a poco ella mi perderà il rispetto e l’amore. Ma che dico io dell’amore? Questo me l’ha perduto del tutto. S’ella m’amasse, non tratterebbe meco così.

La colpa della donna è quella di mancare di rispetto al marito, poiché ha dei segreti con Fabrizio, il servo di don Roberto, per il quale tutti e tre lavorano. Questi segreti in realtà sono totalmente innocui, eppure fanno paventare a Lindoro il peggio, ovvero una tresca amorosa tra Zelinda e don Flaminio, il giovane figlio del loro padrone. La situazione è peggiorata dai misunderstandig provocati da una lettera in francese, che Lindoro trova tra le cose della moglie e che riesce a fatica a decifrare a causa della sua scarsa conoscenza della lingua straniera.

Lindoro alterna gli accessi d’ira alle parole tenere per l’amata: «L’amo ancora questa perfida, questa ingrata; sì, l’amo ancora, e l’amo sempre a dispetto mio». È il tipico atteggiamento di chi ama e ha paura, di chi ama e non si fida, e vive accarezzando il proprio cuore coi balsami dell’amore per poi improvvisamente farlo avvampare tra le fiamme dell’odio.

A nulla valgono le parole volte a confortarlo: «Via, via, Lindoro, non parlate così, non pensate sì male, non vi lasciate trasportare dalla passione, dalla gelosia». A questo punto, ciò che preme al protagonista è solo salvare il proprio onore, a costo di perdere alloggio e lavoro, allontanando se stesso e la moglie dalla casa di don Roberto.

La poetica immagine della gelosia descritta da Goldoni per bocca del suo personaggio si fonda su un’iperbole retorica, ispirata dal contrasto topico tra l’aspetto piacevole delle rose e la pericolosità delle immancabili spine:

Ecco, ecco le spine senza rose. Le rose sono sparite, e le spine mi trafiggono il core.

I battibecchi tra marito e moglie continuano, acuiti da ulteriori pettegolezzi. Lindoro persevera, con crude parole, nel sostenere i diritti che può vantare su Zelinda in quanto suo sposo: «Son marito, son padrone, posso comandare, e a suo dispetto mi dee obbedire». La donna, alla fine, esasperata dall’ostilità di lui, con amaro sarcasmo, fa mostra di assecondarlo:

Sono una moglie indegna, una moglie infedele, bisogna strapazzarmi, mortificarmi, farmi morir di fame, di sete, cacciarmi un stile nel cuore.

Purtroppo la coppia, abbandonando la casa del padrone, sa di rimanere senza risorse e protettori. Lindoro stesso non riconosce più se stesso, diventato d’un tratto nemico della propria moglie adorata e del magnanimo don Roberto che ha offerto loro una casa e un lavoro. In un momento di lucidità, ammette: «Ah sì, sono diventato una bestia, una furia, un demonio. In qual misero stato riduce la gelosia!».

Dopo aver toccato l’acme, non voglio svelarvi come, infine, si risolve la commedia; preferisco, invece, consigliarvene la lettura. Questo testo ha infatti tutti gli ingredienti per dilettare, ma soprattutto per far riflettere, ancora oggi. Non mancano la figura del don Giovanni (don Flaminio, il giovane figlio di don Roberto), della serva pettegola (Tognina), della perfida matrigna (donna Eleonora), del padre ingenuo (don Roberto), del rozzo contadino (Mingone), tipi che spesso rivelano ancora tratti debitori verso la commedia dell’arte.

Tuttavia, superando le stereotipizzazioni, Goldoni riesce a delineare in maniera perfetta i risvolti psicologici di un sentimento subdolo come la gelosia, che si nutre di equivoci, omissioni, sospetti, e degenera poi in un falò distruttivo alimentato dal soffio della paura. Se fosse tragedia, la vicenda si concluderebbe col trionfo di Thanatos: essendo una commedia, Lindoro e Zelinda alla fine potrebbero imparare – e insegnare a lettori e spettatori – come rinnovare, attraverso una crisi, il proprio originario amore, e far così rifiorire, sulle spine, le rose.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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By on marzo 20th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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