«Amo questa Grecia sopra di tutto»: per Friedrich Hölderlin

«Amo questa Grecia sopra di tutto»: per Friedrich Hölderlin

Friedrich Hölderlin

Uno dei poeti più amati e più struggenti della letteratura mondiale è Friedrich Hölderlin (Lauffen am Neckar, 20 marzo 1770 – Tubinga, 7 giugno 1843), uno scrittore talmente atipico da non poter essere considerato né romantico e nemmeno preromantico. Nato nel sud della Germania, è avviato dapprima agli studi teologici su decisione della madre, figlia di un pastore protestante. Tuttavia il giovane Friedrich è uno spirito irrequieto, come ogni buon romantico, non si sente a suo agio nell’ambiente costrittivo del seminario e individua nella poesia la via per uscire dalla sofferenza: risale a questo periodo l’ode Il mio proposito, dove annuncia che la poesia diventerà il suo mestiere.

A mio giudizio Hölderlin si forma in un ambiente intellettuale a forte caratura rivoluzionaria, quasi anti-establishment utilizzando una categoria contemporanea: tra i suoi compagni di corso spiccano nomi come Hegel o Schelling, avidi lettori di Spinoza (il filosofo della laicità) e di Rousseau (l’autore del Contratto sociale, la cui filosofia costituirà il principale sostrato ideologico alla Rivoluzione francese). Il 1793 segna la svolta definitiva: terminati gli studi, egli deciderà di fare della sua poesia la sua professione. Quali temi abbraccia la poetica hölderliniana? Benché abbia già messo in evidenza la sua atipicità e l’incapacità di categorizzarlo come romantico o preromantico, l’autore si contraddistingue per il forte anelito classico e di amore per la Grecia, una Grecia che, come nella lirica schilleriana Gli dei della Grecia, rappresenta una dimensione ormai inattingibile e irrecuperabile se non attraverso l’esercizio poetico.

Grecia

Questo sentimento nostalgico ben si esprime in Hyperion oder der Eremit in Griechenland (1797, trad. it. Iperione o l’eremita in Grecia), apparso per primo sulla rivista Thalia (diretta da Friedrich von Schiller) e poi pubblicato. A mio parere non è possibile non sfuggire al confronto col celebre saggio schilleriano Sulla poesia ingenua e sentimentale, scritto poco tempo prima, in quanto anche il testo di Hölderlin riposa sull’antinomia tra ingenuo e sentimentale. Iperione nasce e cresce in Grecia, luogo sacro per il preromanticismo e il classicismo tedesco (basti pensare a Winckelmann, a Goethe, al summenzionato Schiller), simbolo dell’ingenuo, di quello spazio in cui uomini e dei olimpici camminano fianco a fianco. Varie peripezie, tuttavia, lo porteranno nella Germania prerivoluzionaria, quella Germania che Hölderlin detesta e che assurge a modello del mondo sentimentale, un mondo che ha smarrito l’originaria purezza, dove gli dei non si manifestano più e dove l’uomo avverte fortemente il parossismo per la lontananza dal numinoso. Iperione diventa così un eremita, il quale si trova a lamentare la sua condizione errabonda:

Essere uno con il Tutto, questa è la vita degli dei, è il cielo dell’uomo! Essere uno con tutto ciò che vive; tornare, in un beato divino oblìo di sé, nel tutto della Natura, questo è il vertice dei pensieri e delle gioie, questa è la sacra vetta del monte, la sede dell’eterna quiete, dove il meriggio perde la sua afa e il tuono la sua voce, e il mare infuriato assomiglia all’ondeggiare di un campo di spighe (Iperione, I, 1).

Iperione

Egli non può più sperare di ritrovare la condizione originaria ed è questo che lo tormenta e lo affligge; soltanto la contemplazione della Natura (intesa come la intenderebbe Spinoza, come qualcosa di vivo in continua evoluzione, in quanto Dio=Natura) è l’unica cosa che può rinfrancare la sua anima. A mio parere anche una riflessione filologica aiuta a capire il personaggio Iperione: il suo nome deriva dal greco hupér, cioè “sopra”, a indicare, anche da un punto di vista onomastico, la sua totale distanza e lontananza dal mondo comune, ma non fa altro che evidenziare il suo Streben (la sua tensione) per un mondo diverso.

Soltanto il sogno  innalza l’uomo, mentre, quando egli riflette, è legato alle brutture della terra. Forse in Hölderlin vi è l’eco potente delle ultime parole di Lutero, «Siamo tutti mendicanti», oppure è una constatazione veritiera sulla condizione dell’uomo: il sogno è l’unica condizione che ci rende grandi. Friedrich Hölderlin ci dà contezza di un’anima scissa e tormentata, un’anima a cui è stato detto di non splendere, ma che rifulge meravigliosamente nella sua potente ed eterna opera.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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By on marzo 20th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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