L’orrore senza fine di Mazen AlHummada: le torture e le umiliazioni nelle carceri siriane

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L’orrore senza fine di Mazen AlHummada: le torture e le umiliazioni nelle carceri siriane

Mazen AlHummada
Mazen AlHummada

Mazen AlHummada è un ex detenuto siriano: 40 anni, ex ingegnere, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, narra le sue vicende nella cella del Mezzeh, a Damasco. Il racconto è bestiale. Mazen riferisce di come è stato arrestato  per aver dato a una dottoressa delle valigie in cui era contenuto del latte in polvere. Seguita a descrivere le torture subite, la cella collettiva di 12 metri di lunghezza per 7 di larghezza,  dove sono state ammassate 170 persone. Lo hanno costretto a camminare sulle ginocchia, con le mani dietro la schiena; lo hanno esposto nella piazza della tortura:

mi hanno appeso a un muro esterno, legato con catene di ferro ai polsi, sollevandomi di 40 cm da terra. Mi hanno lasciato sotto il sole cocente per ore. Non respiravo. Poi, per non farmi urlare, mi hanno infilato una ciabatta in bocca mentre mi picchiavano con bastonate. Altri mi colpivano con ferri roventi alle gambe.

Ma la parte peggiore, continua, è stata quando gli hanno stretto i genitali e lo hanno sodomizzato con una staffa di ferro.

Le condizioni critiche in cui versava, e per cui soffre tuttora, lo hanno portato anche a non potersi alzare per salutare l’ufficiale entrato nella sua cella. Un errore che spiega di aver pagato caro.

Non gli sono state inferte solo torture fisiche ma anche quelle psicologiche: gli veniva ordinato di ammassare in un angolo i compagni morti; gli è stato affidato un numero, 1858, per non rivelare il proprio nome alle altre sezioni dei servizi segreti, infine, gli è stato ordinato anche di orinare su dei copri ammassati in un bagno. La motivazione? «Perché loro non erano meglio di me..».

Mazen, fortunatamente, è uscito dal carcere dopo un anno e mezzo di prigionia  e ora vive in Olanda, ma egli, come molti che hanno vissuto e subito le stesse atrocità, si dichiara essere assente, non si sente realmente vivere, libero: la sua mente è ancora nel carcere.

Emmanuel Lévinas

Ora è impegnato in una serie di viaggi per portare la sua testimonianza, partecipando anche a progetti come Nome in codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura, una mostra fotografica dove vengono mostrate le foto trafugate a un ex ufficiale della polizia siriana, con il nome in codice Caesar, incaricato dal regime di documentare ciò che avveniva ai prigionieri nelle carceri.

La terribile vicenda di Mazen, qui brevemente riassunta, mostra come la morte non è veramente ciò che più di tutto può spaventare. La tradizione che vede nella morte un male non peggiore di altri, di cui non bisogna avere paura, è ampia: basti pensare alla famosa formula di Epicuro «quando c’è la morte, non ci siamo noi e quando ci siamo noi, non c’è la morte», o anche ai vari esempi di Catone l’Uticense, inserito da Dante nel Purgatorio per il suo nobile gesto, o anche a Seneca o Petronio, il quale si tagliò le vene e se le fasciò, per potersele aprire a piacimento, mentre discorreva con gli amici.

In Emmanuel Levinas, filosofo franco-lituano di origini ebree, sottoposto a un periodo di detenzione nei campi di prigionia tedeschi, «la morte non è una soluzione», essa non è altro che l’impossibilità della possibilità da parte del soggetto, cioè esso diviene inerme di fronte l’evento della morte. Ma esiste, secondo il filosofo qualcosa di peggiore: il perdurare dell’esistenza stessa. Porta gli esempi di Macbeth, dove l’orrore è rappresentato dalla figura del fantasma di Banco, il quale mostra che non è possibile fuggire dalla propria esistenza oppure dalla figura di Amleto, il quale «indietreggia davanti al “non essere”, perché vi scorge il ritorno dell’essere». La morte, come ha spiegato lo stesso Mazen, era diventato uno spettacolo quotidiano: «infatti morivano due persone al giorno».

Nome in codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura

Le dure battaglie psicologiche che si è costretti a subire in queste situazioni, pensiamo alla zona grigia descritta da Levi ne I sommersi e salvati, dove gli ebrei erano costretti a comandare altri ebrei, i quali a loro volta dovevano cremare i propri compagni, non finiscono però una volta usciti dalla prigionia. Infatti, scorgendo i commenti alla vicenda sul sito del Fatto, ho notato come molti utenti abbiano preso come falsa questa notizia: «ADESSO BISOGNEREBBE “RITORTURARLO” PER SAPERE CHI L’HA PAGATO PER DIRE QUESTE MENZOGNE», «La ricerca del latte in polvere è l’elemento propagandistico clou volto a commuovere di tutto il racconto»  e ancora « Mazen ha zero credibilità. La sua storia sembra essere stata sceneggiata per fini propagandistici anti Assad».

Tali commenti sono abominevoli, negano l’esistenza stessa del dolore, ciò che c’è di più intimo e inesprimibile secondo la Arendt,  negano la negazione e l’alienazione di un uomo che non si sente più tale, trattato come un qualcosa di infimo da un suo stesso fratello. Sono parimenti colpevoli, come il silenzio omertoso che ogni giorno anche noi operiamo inconsapevolmente, sono persone libere, solo giuridicamente ma non cognitivamente, che pretendono di sapere cosa sia la verità e sputano su queste situazioni disumane che continuano ad avvenire, sotto traccia, non solo in Siria, secondo quel modello perfezionato dal modello nazista. Ecco ciò che di cui parlava Levinas, questi commenti, le torture nelle prigioni sono la cappa impersonale dell’essere che ci attanaglia e che ci fa desiderare la morte, che ci fa sognare un lungo sonno. Dormire, morire. Ma neanche più la morte è una soluzione.

Edoardo Poli per MIfacciodiCultura

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