Luchino Visconti e il Neorealismo italiano: il cinema tra sogno e realtà

Luchino Visconti
Luchino Visconti

Il 17 marzo del 1976 si spense a Roma Luchino Visconti, uno dei più importanti artisti del XX secolo, nato il 2 novembre 1906. Per la sua attività da cineasta, le sue pellicole prevalentemente a carattere storico e la cura nel rappresentare lo spirito di un’intera epoca, Visconti è ritenuto uno dei padri fondatori del Neorealismo italiano, movimento nato da una cerchia di intellettuali che contava anche la presenza, tra gli altri, di Michelangelo Antonioni e Pietro Ingrao. Scopo del neorealismo era manifestare sul grande schermo il disagio, la povertà, la morale, la frustrazione della vita quotidiana nel dopoguerra italiano.

La nascita di questa corrente coincide canonicamente con l’uscita di Ossessione, film del 1943 diretto da Luchino Visconti (anche se il primo lungometraggio neorealista che ebbe risonanza mondiale fu Roma Città Aperta di Rossellini). Questo film potrebbe sembrare “rozzo“, ma non è certamente l’aggettivo più confacente a descrivere questa pellicola. La prima cosa che risalta di Ossessione è la sua lentezza, un’immobilità che lo spettatore d’oggi potrebbe trovare eccessiva ma che, in realtà, era una delle peculiarità del neorealismo, uno dei linguaggi usati per esprimere il dramma che il popolo italiano stava vivendo a causa della guerra.  Inoltre, Ossessione causò non pochi dibattiti sul piano politico. Con i suoi temi quali sesso, omosessualità e adulterio (che causarono l’opposizione della Chiesa Cattolica e la censura del regime fascista), portò alla luce una personalità all’avanguardia, un uomo che non aveva paura di scavare nelle viscere della realtà, di spogliarla sino a giungere alla sua essenza più cruda.
Una realtà che si traduce nelle immagini di vaste strade deserte, ferrovie abbandonate, orde di bambini sporchi abbandonati a se stessi.

Luchino Visconti
Ossessione di Luchino Visconti

Nel 1939 Luchino Visconti decise di collaborare con la Resistenza, offrendo rifugio nella sua villa a tutti gli antifascisti. Forse i suoi film saranno lenti, riflessivi, quasi immobili, ma nella vita reale Visconti fu uno spirito battagliero che non ebbe paura di fronteggiare il potere dittatoriale. Datosi alla latitanza, fu catturato e imprigionato per alcuni giorni, salvandosi dalla fucilazione grazie all’intercessione di un’amica presso la polizia fascista. Quando nel 1945 il regime crollò definitivamente, Visconti testimoniò ai processi che vedevano coinvolti i suoi incarceratori e riprese le loro esecuzioni.

Qualche anno più tardi realizzò La Terra Trema, ispirato al romanzo de I Malavoglia di Giovanni Verga. Il film, più crudo e spietato di Ossessione e pregno di forte critica sociale e pessimismo, è un quadro degradato che conserva le linee generali della trama del racconto ma che vede nel capitalismo il nemico principale della nazione. Scomparsi i dittatori, restavano comunque le ingiustizie sociali, le disparità economiche e un meridione completamente abbandonato.

Negli anni ’50, tuttavia, il cinema di Visconti cominciò a trasformarsi, seguendo così le mutazioni della società italiana. Restava la profonda necessità di portare sullo schermo la realtà, anzi, la verità, ma cambiavano i soggetti e le ambientazioni: era necessario dare un nuovo spaccato dell’Italia che si avviava verso il boom economico degli anni ’60, ua nuova realtà artistica, che trovò nuovi mezzi e nuovi linguaggi per esprimere se stessa e che vide l’arrivo di un gigante del cinema mondiale, Federico Fellini. I due non solo lavorarono insieme per Boccaccio ’70, ma è evidente che il visionario regista influenzò Visconti in un film come Le Notti Bianche, con Marcello Mastroianni. Ispirato al racconto di Dostoevskij, l’atmosfera plumbea e onirica si discosta di gran lunga dai lavori precedenti.

Ma il vero capolavoro di Visconti resta Il Gattopardo (1963) un colossal drammatico che perde la sfera di denuncia sociale ma si riveste di un’aura di malinconia, di una nostalgia verso un’epoca e un mondo ormai lontani.

Luchino Visconti
Le notti bianche di Luchino Visconti

La scena del ballo finale, che da solo occupa un terzo del film, ha contribuito a rendere epica la pellicola. La scenografia sontuosa, le musiche risorgimentali di Nino Rota e gli abiti pomposi trasportano lo spettatore attraverso la lunga danza: è impossibile non emozionarsi e non restare vittime della “nostalgia dell’età dell’oro” di cui lo stesso Visconti soffriva.
Si guarda questo film con lo stesso spirito con cui si legge un romanzo russo ottocentesco. Le forti pulsioni dei personaggi sono i veri protagonisti della pellicola, nonostante tutto sia impregnato di morte, cinismo e spregiudicatezza. Alain Delon diventa un personaggio delle favole e Claudia Cardinale una principessa moderna. La corruzione e il pessimismo (quasi) non riescono ad averla vinta.

Resta solo il sogno. Il sogno di un uomo fuori dal suo tempo, dal suo ruolo, dal suo mondo.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

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By on marzo 17th, 2017 in Articoli Recenti, SCREENs

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