“Il Padrino”: genesi di una famiglia americana partita da lontano

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Il Padrino: genesi di una famiglia americana partita da lontano

Al Pacino

Il Padrino non è soltanto Marlon Brando che, circondato dai suoi loschi aiutanti, cita la frase cult «gli farò un’offerta che non potrà rifiutare». The Godfather è una delle opere cinematografiche più importanti e conosciute della storia. Una trilogia, il cui primo capitolo uscì nelle sale cinematografiche 15 marzo 1972, capace di appassionare milioni di persone grazie alla trama intrecciata e alla qualità del lavoro. Francis Ford Coppola e Mario Puzo, rispettivamente regista e sceneggiatore della storia, diedero vita ad un sodalizio che li ha visti collaborare per 18 anni. I film furono resi ancora più speciali ed unici dalle musiche divenute leggendarie del maestro Nino Rota.

96 anni di America, 96 della famiglia Corleone. Le origini della famiglia risiedono in un bambino rimasto orfano proveniente dall’arretrata Sicilia, precisamente dalla città di Corleone. Il suo nome è Vito Andolini. Nessuno si potrebbe aspettare che questo giovane possa diventare il temibile e potente Padrino di New York (interpretato da Robert De Niro in età adulta e in età senile da Marlon Brando). La strada è lunga, lo dimostrano i tre capitoli che spaziano dai piccoli paesini della Magna Grecia ai grattacieli della Grande Mela. Volti e affari cambiano, passando dai piccoli furti alle guerre per il controllo di ogni attività illecita della metropoli statunitense

Robert De Niro ne “The Godfather – Part II”

La trilogia del padrino è intervallata da numerosi flashback del passato, per spiegare allo spettatore l’importanza storica e sociale della figura di Michael Corleone (interpretato da Al Pacino), figlio più piccolo di Vito. Puzo e Coppola lo circondano di personaggi secondari, capaci di interferire in maniera diversa la storia. Essi, quasi tutti criminali come i fratelli di Michael o le famiglie rivali, hanno un senso della morale? Nonostante il ruolo sociale in cui sono immersi, alcuni hanno dei principi o almeno in determinati momenti. L’immagine iconica è quella del Padrino Vito Corleone mentre rimane col nipote nel giardino della tenuta. Egli si inserisce una buccia di arancia in bocca e rincorre il pargolo, come se fosse un mostro. Ironia vuole che uno dei più grandi capi mafia sia morto non per un agguato o in uno scontro a fuoco, ma d’infarto mentre giocava con proprio con un nipotino. Anche i fratelli di Michael sono importanti nella storia, poiché loro sono i veri sconfitti nella successione a capi famiglia: il primogenito Sonny irascibile per natura, l’ingenuo Fredo e Tom Hagen (fratello acquisito che ricoprirà il compito di consigliere).

La celebre scena della testa di cavallo

Francis Ford Coppola ha avuto numerosi problemi nel girare la trilogia de Il Padrino. Per primo la scelta del cast, poiché la casa di produzione era molto scettica circa la scelta di Brando (oramai in fase calante dopo i successi passati) e Al Pacino (primo vero lavoro dell’attore semi sconosciuto). Quest’ultimo superò gli altri nomi della lista, tra cui Dustin Hoffman, grazie al suo aspetto da siciliano, stregando Coppola. Il regista sforò inoltre il budget della distribuzione perché ordinò di spostare le riprese dagli studi americani a Catania, quasi dalla parte opposta del mondo.
Ma nonostante gli enormi dubbi, il film frantumò ogni record al botteghino, superando l’incasso di Via col Vento di decenni prima. Inoltre la pellicola venne premiata agli Oscar, intascandosi il premio per il Miglior film, il Miglior attore protagonista e la Miglior sceneggiatura non originale.

Cosa ha reso immortale Il Padrino? Sicuramente la storia ben costruita, i dialoghi e le scene girate con il massimo realismo. La testa di cavallo nel letto è una immagine sacra della settima arte, pluricitata in tantissime altre opere, cinematografiche e non.

The Godfather è una storia di criminali italo americani, legati dalla parentela, divenuti nell’immaginario collettivo immortali. Immortali come i raggi del sole che scaldano le aride terre siciliane.

Marco Gobbi per MIFacciodiCultura

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