“Guercino a Piacenza – tra sacro e profano”: l’orgoglioso tributo di Piacenza alla “macchia guercinesca”

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Guercino a Piacenza – tra sacro e profano: l’orgoglioso tributo di Piacenza alla “macchia guercinesca”

Il carro dell’Aurora all’interno della Casina dell’Aurora

Meglio noto come il Guercino per il suo strabismo congenito, Giovanni Francesco Barbieri (Cento, 1591 – Bologna, 1666) viene celebrato, assieme al suo maggior studioso del Novecento Denis Mahon (1910 – 2011), nella mostra piacentina Guercino a Piacenza – tra sacro e profano, aperta dal 4 marzo al 4 giugno 2017.

Il percorso espositivo ideato unisce Palazzo Farnese, nella cui cappella ducale sono presentati 20 capolavori, e il Duomo. Nella Cupola del Duomo, i visitatori potranno ammirare da vicino gli affreschi incompiuti di Morazzone ultimati nel 1626 da Guercino: i sei profeti affrescati (Aggeo, Osea, Zaccaria, Ezechiele, Michea e Geremia), le lunette rappresentanti episodi della vita di Gesù e il fregio del tamburo.

Scoperto il suo naturale talento nel 1612 dal canonico bolognese Antonio Mirandola, lo stile del Guercino abbracciava istintivamente quelle verosimiglianza ed espressione della verità naturale, che Caravaggio – morto nel 1610 – aveva mostrato potessero essere adottate. Caravaggio aveva infatti presentato un modo di “fare arte” alternativo agli ideali classici dell’arte incarnati da Ludovico Caracci, Guido Reni (vero antagonista di Guercino), Domenichino ed Albani, principi indiscussi dell’arte della Roma del primo Seicento.

I tre anni tra il 1613 e il 1616 furono per Guercino particolarmente intensi e prolifici, in cui si avverte l’influenza di due opere di Ludovico Carracci: Madonna col Bambino, san Francesco, san Giuseppe e committenti (1591, Cento, Pinacoteca civica) e la Conversione di san Paolo (1587, Bologna, Pinacoteca nazionale).

Presentazione di Gesù al tempio

Sebbene solamente a livello locale, fu tale produzione a catturare l’attenzione proprio di Ludovico Carracci che dell’artista ventiseienne scrisse:

Qua vi è un giovane di patria di Cento, che dipinge con somma felicità d’invenzione. È gran disegnatore e felicissimo coloritore; è mostro di natura, miracolo da far stupire chi vede le sue opere. Non dico nulla: ei fa rimaner stupidi li primi pittori: basta, il vedrà al suo ritorno.

Mahon parla di questo periodo come la fase della prima maturità per Guercino, dove è chiara l’influenza del colorismo veneziano (il pittore si recò a Venezia nel 1618). Erano cominciate ad arrivargli commissioni importanti come i soggetti biblici per il cardinale Serra, legato pontificio, e l’Erminia tra i pastori per il duca di Mantova, che diedero al Guercino una rilevanza più nazionale. Guido Mancini a fine 1620 scrisse «nel colorito, nell’inventione e nella facilità dell’operare con buon sapere non so chi adesso li passi avanti».

L’elezione al soglio pontificio di papa Gregorio XV (quell’arcivescovo Alessandro Ludovisi che Ludovico Carracci aveva persuaso a comprare alcune opere del Guercino nel 1612), l’elevazione a cardinale del nipote Ludovico e la nomina a segretario papale di monsignor Agucchi permisero ai grandi artisti bolognesi di giungere a Roma per ricoprire importanti cariche, proprio mentre un giovane Bernini stava realizzando dei gruppi scultorei per il cardinale Scipione Borghese. Il Domenichino fu creato architetto di palazzo e il Guercino tra il 1621 e il 1623 stette a Roma per realizzare la decorazione L’Aurora e la Fama dei Ludovisi ed altri importanti incarichi.

Seppellimento di Santa Petronilla

Tra il 1622 e il 1623, Guercino attraversò una nuova fase di riordinamento in chiave classicista forse istigata dall’Agucchi. Sono gli anni in cui realizzò per l’altare di Santa Petronilla in San Pietro la pala Seppellimento e assunzione di Santa Petronilla (1623, Roma, Pinacoteca capitolina), senza dubbio l’opera più famosa dell’artista oggetto persino di razzia napoleonica.

 

Morto il pontefice, nel 1623, fece ritorno a Cento, sua cittadina natale, dove nel 1617 aveva aperto una scuola di pittura. Appena tornato, realizzò la Presentazione di Gesù al Tempio (1623, Londra, collezione di Sir Denis Mahon), la prima delle opere del periodo post-romano, oggetto di dubbi e ritrosie nell’ultimo quarto del Seicento. Lo studioso Carlo Cesare Malvasia nella Felsina Pittrice del 1678 causticamente disse che «il colorito forma tutti chi sa e chi non sa» e Giovanni Battista Passeri in Vite di pittori, scultori e architetti inserì chiaramente la pittura naturalistica di Guercino nella scia di quella di Caravaggio, con il quale condivideva una «gran somiglianza nel modo di dipingere».

Dimenticati questi mordaci giudizi, il Settecento ricercò, comprese e amò la macchia del Guercino e il suo impianto compositivo, poiché secolo ormai scevro dai parametri secenteschi.

Nell’Ottocento, durante il suo viaggio in Italia, Goethe fece tappa a Cento per ammirare «alcuni quadri [della produzione post-romana] del Guercino che si starebbe a guardare per anni», tra cui l’Apparizione di Cristo alla Vergine (1628-30, Cento, Pinacoteca civica) che Stendhal vide al Louvre. Quest’ultimo ammirava del Guercino la «fisionomia di fede fervente e cieca, pronta a credere a tutto e a soffrire tutto, quella che così frequentemente si ritrova nei conventi d’Italia e di cui, per noialtri laici, il Guercino ha lasciato nei suoi quadri da chiesa, modelli così perfetti».

Guercino a Piacenza – tra sacro e profano
A cura
Cattedrale di Piacenza – Palazzo Farnese, Pacenza
Dal 4 marzo al 4 giugno 2017

Eulalia Testri per MIfacciodiCultura

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