“Archiatric”: l’architettura che esplora l’essere umano

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Archiatric: l’architettura che esplora l’essere umano

Di recente è girato in rete un video in cui la giovane attrice, Sabrina Benaim, tentava di spiegare cosa fosse la depressione e lo faceva proprio attraverso l’utilizzo di immagini che potessero esprimere una sofferenza che si fa fatica a spiegare con le parole. Possono quindi le immagini salvarci dall’incomunicabilità del dolore e aiutarci a comprendere meglio le sensazioni che provano persone affette da malattie psichiche, oppure da un disordine mentale o da un disturbo di genere? A cogliere la sfida, tra l’altro piuttosto ardua, è stato l’artista bolognese Federico Babina: laureato in architettura, coniuga le sue competenze tecniche con il suo amore per la musica e per il cinema, dando vita a progetti artistici particolarmente interessanti. Nel suo ultimo lavoro, Archiatric, Federico ha messo in relazione l’architettura proprio con le malattie mentali, dando vita ad immagini che colpiscono per la loro capacità di centrare il cuore del problema, il cuore del disagio: basta guardarle per notare come l’artista sia riuscito a traslare emozioni e sensazioni nel linguaggio architettonico.

Come lo stesso Babina ha affermato, si tratta proprio di un’operazione di traduzione da una lingua all’altra, cioè dal linguaggio delle emozioni a quello dell’architettura. Alla base di questo lavoro vi è la scelta dell’elemento chiave, che ritroviamo sempre nella serie di immagini realizzate dall’artista: la casa, un simbolo che mette in relazione il mondo dell’architettura con quello della psicologia, dal momento che la casa stessa costituisce una sorta di archetipo rappresentante la protezione, gli affetti, la possibilità di essere se stessi, la sicurezza.

Questo, almeno è quello che ci aspettiamo dalla nostra casa psichica ideale: un luogo in cui non abbiamo nulla da temere, in cui possiamo sentirci al sicuro, liberi di agire, di amare, liberi di liberare la nostra creatività, di commettere errori senza sentirsi giudicati. Liberi di pensare, senza che i nostri pensieri entrino in confusione. Liberi di ricordare, senza che la nostra memoria porti via per sempre pezzi di noi. E invece, purtroppo, la nostra casa non è mai così perfetta: per alcune persone, è una gabbia di cui non riescono a liberarsi, per altri un luogo in cui regna il caos, per altri ancora un luogo in cui si sentono schiacciati tra forze contrapposte.

I disturbi psichici sono moltissimi e quelli rappresentati da Federico Babina ne costituiscono solo una piccola parte, ma questo progetto ci aiutano ad immedesimarci in chi convive con questi ogni giorno, dimostrando così la forza del linguaggio architettonico: come afferma l’artista in un’intervista al magazine online Frizzifrizzi

È del tutto vero che l’architettura e gli spazi in cui viviamo influenzano il nostro comportamento e le psicopatologie. Chi progetta spazi pianifica atteggiamenti, comportamenti e esperienze emotive. Archiatric dà una voce architettonica e artistica di stati emotivi e disturbi come ansia, depressione, demenza e paranoia, attirando l’attenzione al loro rapporto con le persone creative.

Una voce architettonica e artistica che cerca di trovare una chiave di comunicazione e di divulgazione riguardo le malattie psichiche, i disordini mentali e i disturbi di genere, i quali spesso vengono considerati tabù oppure sottovalutati.

Infatti mentre l’Alzheimer, ad esempio, è considerata una malattia vera e propria, spesso i disturbi psichici sono classificati come patologie di serie B, e non viene dedicata loro la giusta attenzione da coloro che entrano in relazione con il soggetto che ne è affetto. Un altro esempio può essere quello della dislessia, spesso confusa con una mancanza di volontà o di predisposizione all’apprendimento.

L’arte, ancora una volta, può essere la chiave di lettura giusta per imparare a guardare l’altro non come un estraneo, ma come qualcuno che semplicemente abita in una casa diversa dalla nostra, una casa in cui siamo invitati ad entrare e ad ambientarci, per giudicare di meno e imparare di più.

Mariateresa Natuzzi per MIfacciodiCultura

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