I Grandi Classici – “Frankenstein” di Mary Shelley, l’eterno doppelgänger solitario

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Mary Shelley

Ci sono molti errori che si sono diffusi in modo virale attorno a Frankenstein, inteso sia come personaggio che come romanzo: il primo, per così dire il più noto, è la confusione tra lo scienziato Victor Frankenstein e la sua creatura, che invece non ha nome. In secondo luogo, spesso per esigenze cinematografiche, la Creatura viene dipinta come un essere primitivo e belluino, mentre nel romanzo, attraverso un lungo, improbabile e noiosissimo processo di apprendimento, il Mostro ha capacità argomentative, di eloquenza, logica e doti culturali pari a quelle del suo creatore.

Infine, da film e libri è stato cassato il sottotitolo, facendo scomparire quel o il Prometeo Moderno che tanto più significato dà all’intera opera.

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Boris Karloff nei panni della Creatura

Perché diciamocelo, in gran parte Frankenstein di Mary Shelley oggi sarebbe semplicemente improponibile. Ma se è logico che la letteratura risenta dell’età nella misura in cui il linguaggio si evolve, le opere di impianto fantastico ne risentono all’ennesima potenza. Abituati a ben altri orrori, i lettori smaliziati (e anche quelli non smaliziati) certamente non perdono più il sonno con i mostri di Cthulhu, e nemmeno vedono intaccata la loro salute mentale dal Corvo di Poe (che pure resta una delle più belle poesie di tutti i tempi). Dopo che la fantascienza ci ha abituati all’Uomo Bicentenario, alla robotica, alle nanotecnologie (la Creatura viene costruita di dimensioni enormi da Victor Frankenstein, per maggior facilità di lavorazione: ma come non pensare all’enorme schwanzstuck della parodia di Mel Brooks, Frankenstein Junior?), con le biotecnologie e la genetica che stanno facendo a gara per allungarci la vita, come possiamo trovare appassionante la storiellina quasi priva di intreccio della 21enne Mary Shelley?

E non ci aiutano certo la forma del romanzo, fortemente ottocentesco (venne pubblicato l’11 marzo 1818), prolisso in dettagli che nessun movimento danno alla trama, didattico-didascalico, declamatorio e forzatamente aulico, ma soprattutto macchiato ovunque dell’oggigiorno imperdonabile delitto dell’assertività nei momenti topici della suspense: per essere chiari, il vizio di esplicitare che «era una visione spaventosa e ne fui terrorizzato» per suscitare il terrore; spesso peraltro questo si risolve in momenti di comicità involontaria, ad esempio quando il protagonista prova sentimenti talmente forti da essere indicibili, e infatti non prova neppure a descriverli; fino ad arrivare ad una perla di ingenuità, quando Victor teme l’assalto della sua creatura e portava «sempre… un pugnale e alcune pistole», suscitando la risibile immagine di una sorta di Gene Wilder goffo e impacciato in Scusi, dov’è il West.

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De Niro nei panni della Creatura nel film “Frankenstein di Mary Shelley” (1994)

La forma per lunghi tratti epistolare, la mancanza di veri personaggi secondari (fino alla comparsa della Creatura ormai evoluta in un eloquente Mostro, l’unico vero personaggio è Frankenstein mentre gli altri sono poco più che macchiette di contorno), la mancanza di parti dialogiche fino a quasi un terzo della grandezza complessiva, l’uso di un’aggettivazione sempre in superlativo assoluto fanno di Frankenstein un romanzo oggi fortemente datato.

Ma che va letto assolutamente.

Perché comunque si tratta del capostipite di un genere che fino ad allora non era nemmeno ipotizzabile, ossia la fantascienza, e con essa la critica alla scienza che sente il potere/diritto di operare in qualsiasi modo per il raggiungimento dei propri fini (e ad un certo punto troviamo persino una critica ante litteram alla vivisezione), ma soprattutto per la parte prometeica di Victor che da un lato plasma gli esseri umani dalla creta come il Prometeo di Ovidio (ma il Golem era già mito e tradizione, e così Deucalione e Pirra…), mentre dall’altra si assume il rischio immenso di “dare il fuoco” agli uomini. E qui, inevitabilmente, si consuma la sua rovina: ma il perché lo vediamo bene nelle parti dialogiche con la Creatura, e col monologo finale della Creatura stessa: da un lato, la Creatura figlia di Victor deve uccidere il padre in una rivisitazione edipica (ma uccide la moglie di Victor…); dall’altro quello di Victor è uno scontro con sé stesso, con la sua parte oscura che viene attratta/respinta dal lavoro della creazione/distruzione.

corvoQuella di Victor Frankenstein, insomma, è la storia di un doppelgänger, un “doppio” antagonista in cui l’eroe vede e combatte sé stesso; eterna ed immutabile allegoria dell’animo umano (e infatti il problema della creatura è la solitudine esistenziale, superiore a quella di Satana stesso) , tutti i “doppi” della letteratura e del cinema devono farvi i conti. Sta alla volontà individuale trovare poi, eventualmente, le centinaia di rimandi, collegamenti, riferimenti politici (il fatto che la Creatura non abbia un nome è stato visto in un’ottica marxista) ed eventualmente baloccarsi con la biografia dell’autrice.

Quello che conta è che tra talmente tanti difetti che non si possono neppure immaginare (cit. ogni punto in cui la descrizione diventa ardua), l’influenza del libro di Mary Shelley è stata e continua ad essere enorme. In definitiva, Victor Frankenstein ha effettivamente trovato la ricetta per l’immortalità.

Satana aveva i suoi compagni che lo ammirassero e incoraggiassero; ma io sono solo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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