“Rosso Istanbul”, la recherche proustiana di Ferzan Özpetek

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Rosso Istanbul, la recherche proustiana di Ferzan Özpetek

Rosso Istanbul
Rosso Istanbul

In molte visioni religiose, specie orientali (ma non solo), nulla di ciò che viene fatto dall’uomo può essere perfetto, essendo la perfezione riservata soltanto a Dio. Ragion per cui, i tessitori di tappeti inseriscono sempre nella trama un errore volontario, per non spiacere al loro creatore: si potrebbe disquisire poi sulla reale necessità di inserire volontariamente l’errore, dato che nelle vicende umane sbagliare non è soltanto tipico ma inevitabile, e poi sdoganare l’errore riconoscendo che soltanto grazie ad esso ci può essere evoluzione.

Fili sciolti. L’idea di filo sciolto ci porta a riflettere sugli errori, e sulla eziogenesi di essi. Fili-errori che non vengono riannodati nella trama di un magnifico tappeto, magari un pregiato e lussuoso Hereke, o un più popolare Kula: l’importante è che i nodi siano turkibaft e che comunque qualcuno di essi sia sciolto: poi parliamo del perché sia sciolto.

Rimangono nodi sciolti in Rosso Istanbul, l’ultimo lavoro del regista turco Ferzan Özpetek, naturalizzato italiano fin che si vuole ma nato appunto ad Istanbul il 3 febbraio del 1959, del quale ha curato anche la sceneggiatura ed il soggetto, essendo tratto dal libro omonimo scritto dallo stesso Özpetek. Lavoro profondamente personale, quindi, e se fossimo esperti conoscitori della cultura turca – cosa che non siamo – potremmo probabilmente dire profondamente turco. A sostenere la tesi, potremmo addurre il fatto che Özpetek ha scelto un cast interamente, appunto, turco, dall’ottimo protagonista Helit Ergenc a Mehemet Günsür, dalla sosia di Isabella Rossellini Tuba Büyüküstün all’immancabile Serra Yilmaz, e tutti gli altri a costituire un team recitativo davvero di alto livello.

I protagonisti, da destra Deniz, Orhan, Neval e Yussuf

Per quanto il libro sia noto dal 2013 ed il film largamente preannunciato ed atteso, ci muoviamo sul filo sottile dello non-spoileraggio (horribile dictu): e allora parliamo di cinema, ché per una volta possiamo farlo grazie ad Özpetek, regista che non si limita a propinarci delle fotografie sonore in movimento, ma adotta un vero linguaggio filmico. Siamo già ben disposti dalla prima inquadratura, una panoramica dall’alto del Bosforo, vero protagonista muto ma onnipresente, con un movimento di macchina apparentemente inutile ed inconsulto ma che serve ad andare a cercare un murales, un esplicito omaggio a Bansky. Poi è subito Özpetek, con la riconoscibilità di ambienti e situazioni (anche col primissimo piano quasi a saturare schermo e narrazione nella stragrande maggioranza dei dialoghi), la moltitudine di oggetti che fanno le persone e sono persone come le sedie di Van Gogh, la socialità del cibo ed il melting pot delle tavolate, che sono parte integrante della poetica di Özpetek e della sua visione della vita, vero brand come le famiglie allargate, il sostegno collettivo nelle circostanze drammatiche della vita, come in Saturno Contro.

Ed è anche subito cinema, con la sparizione pressoché immediata di Deniz, che dovrebbe essere protagonista e non lo è: è un macguffin vivente, persona anziché situazione od oggetto. In chimica, un catalizzatore, ossia qualcosa che non entra nella reazione ma nondimeno è essenziale al permetterne lo sviluppo. «Deniz è così infelice?», chiede Orhan. «Chi di noi non lo è?», è la risposta di Neval.

La copertina del romanzo

Orhan Sahin, già scrittore di successo, torna ad Istanbul dopo molti anni di assenza per aiutare il noto regista Deniz Soysal a terminare il suo primo romanzo. Deniz ha fortemente cercato l’aiuto di Orhan: ma scompare misteriosamente sin dalla sera dell’arrivo di questi da Londra, esule volontario, lasciando lo scrittore in balia dei ricordi della città dove è cresciuto, a riannodare i fili di un’esistenza dolorosa, ritrovando persone e forza di vivere dopo che un dramma in particolare lo ha segnato per sempre.

Ferzan Ozpetek torna a girare ad Istanbul dopo 16 anni di assenza, dopo quell’opera seconda che è sempre la più difficile nella vita di un artista, Harem Suare, gira in lingua turca con attori turchi, mette in scena una storia che si interroga sulle Storie, parla di scrittori che parlano dello scrivere avendone scritto egli per primo il romanzo: fosse ambientato in Russia, avremmo già scomodato le matrioske per descrivere metaforicamente questa storia, ma non lo possiamo fare, e siccome la matrioska è soltanto tridimensionale mentre Rosso Istanbul è quadridimensionale, scomodiamo il tesseratto e la recherche proustiana.

Il protagonista sul Bosforo

Il tempo, naturalmente. Nella sequenza iniziale a volo di gabbiano sul Bosforo, che ci ricorda tanto Solaris nel suo respirare vivo, vi è un enorme battipalo in azione, col suo pulsare ritmico: un metronomo, un suono cardiaco che ritornerà in tutto il film a scandire qualcosa: è cinema, questo. In una scena, Orhan parla al telefono con Neval che è a pochi metri da lui, ad un angolo di strada: esterno giorno, inquadrature contrapposte. Entra in scena da sinistra un camion, inquadrato dal punto di vista di Orhan, si frappone fra i due transitando per un paio di secondi. Quando il camion è passato e la visuale dell’incrocio di strade è completamente libera, Neval non c’è più: questo è cinema, compreso di omaggi. All’arrivo di Orhan, Deniz riempie d’acqua una ciotola per il suo cane, un bastardino di nome Tommy: questa è sensibilità, questo è amore e anche questo è cinema, e in qualcuno, pochi fortunati eletti le due cose, amore e cinema, coincidono, perché alla fine scopriremo che Tommy è Rosebud.

Una veduta di Istanbul e del Bosforo

Indubbiamente, restano dei fili sciolti in Rosso Istanbul: la storia del figlio di Orhan poteva essere sviluppata in maniera più dirompente, la morte di Yussuf è appena accennata e irrisolta, la lotta per i diritti civili in Turchia è presente come sfondo distante e sfocata. Ma sono incompletezze per troppo amore, un amore shakespeariano quello di Özpetek che non muta in poche ore o settimane o anni, né per distanza o assenza o morte. È tutto nel voler essere, nel dover essere Istanbul, una summa teologica, un ritorno all’innocenza, un tuffo nel mare amniotico e creatore, una sfida a sé stessi ed alla vita nonostante tutto.

Dissolvenza in rosso. Istanbul, naturalmente.

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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