La schiavitù moderna: ecco l’Italia del caporalato (e le nuove leggi per provare a contrastarlo)

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caporalatoSi pensa che la schiavitù sia un qualcosa del passato: si legge di questa sui libri di scuola, la aborriamo guardando film e documentari, spergiuriamo di essercela lasciata alle spalle e ci glorifichiamo del fatto di vivere in un mondo moderno, nuovo, democratico. Libero, per tutti. Eppure, una donna in Italia muore d’infarto per la fatica di dover lavorare nei campi più di dodici ore al giorno, a raccogliere pomodori per meno di 30 euro; un altro si accascia, stremato da diciotto ore di lavoro sotto un sole cocente, e non si rialza più. Ecco, questa è schiavitù e, purtroppo, questa è la realtà del caporalato.

Oggi, al mondo, su mille persone tre di queste sono schiave: dai 20 ai 45 milioni di persone, ogni giorno, sono vittime di lavori forzati, di traffici sessuali, di sfruttamento. LInternational Labour Organisation stima che queste forme di schiavitù moderna generino un introito di circa 150 miliardi di dollari l’anno, profitto secondo solo a quello del traffico di droga. Di questi, 9 miliardi provengono dalla schiavitù agricola, condizione che in Italia coinvolge circa 400 mila lavoratori, come riporta l’osservatorio della Cgil sul caporalato.

Tra questi c’erano Paola Clemente e Mohamed, che di caporalato sono morti entrambi nel luglio del 2015, sotto il sole cocente della Puglia: Paola lavorando all’acinellatura dell’uva, Mohamed raccogliendo pomodori. L’uno lo specchio dello sfruttamento dell’altra. Il primo a veramente denunciare la situazione di assoluto sfruttamento in cui si ritrovano migliaia di lavoratori in Italia, guarda caso, è stato proprio uno dei moderni schiavi: Yvan Sagnet, ora ingegnere e sindacalista, ieri bracciante.

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Yvan Sagnet

La sua storia è solo una delle tante che si sentono tra gli sconfinati campi di pomodori o di agrumi che ricoprono il meraviglioso territorio del Sud Italia, dalla Campania alla Sicilia. Senza soldi per continuare a pagarsi l’università, rimane intrappolato in un girone infernale di sfruttamento, con orari di lavoro fino a 18 ore e condizioni di vita ed igiene disumane, e tutto per meno di 30 euro al giorno. In un’intervista a The Post Internazionale e in un libro, Ama il tuo sogno, Yvan racconta come tutti loro fossero completamente alla mercé dei caporali, che per prima cosa requisivano i documenti: se questi vengono perduti, improvvisamente diventi un fantasma per lo stato italiano, più invisibile di come sei ora. Le ore di lavoro sono tante, troppe, la maggior parte sotto il sole cocente: chi non ce la fa, viene lasciato indietro, come Paola, come Mohamed. Yvan si ribella, e per la prima volta, nel 2011, organizza uno sciopero dei braccianti a Nardò, in Puglia, una protesta che un anno e mezzo dopo quella di Rosarno, in Calabria, riesce a guadagnare un’’co nazionale.

Sono queste le prime, flebili fondamenta della legge contro il caporalato che è stata approvata in via definitiva, e all’unanimità, alla Camera lo scorso 18 ottobre: d’ora in poi non verrà più considerato un semplice reato amministrativo, punito con una semplice sanzione, ma penale, con una condanna che arriva fino a sei anni di carcere.

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Paola, morta di fatica

E grazie a questa legge, dedicata proprio a Paola Clemente, sei persone, in seguito all’indagine sulla morte della donna, sono finite in manette una decina di giorni fa per truffa ai danni dello Stato, illecita intermediazione e sfruttamento del lavoro. Tra questi non solo il titolare dell’azienda per la quale la signora lavorava, ma anche quello dell’azienda di trasporti che portava in pullman le braccianti fino ad Andria, geometri e persone che erano a conoscenza – e favoreggiavano – lo sfruttamento. Possibile perché nel nuovo 603-bis vengono introdotte sanzioni pensali non solo per il caporale in sé, ma anche per i datori di lavoro consapevoli dell’origine dello sfruttamento.

Finalmente, lo Stato italiano è stato in grado di porre un primo stop ad una pratica che, a dispetto delle strumentalizzazioni politiche, non conosce distinzione tra nazionalità o colore della pelle: sono moderni schiavi donne di famiglia, come lo era Paola, giovani senza lavoro, cassaintegrati, pensionati, immigrati con permesso di soggiorno, clandestini.

La schiavitù è lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi, e lo “schiavo” è l’individuo che ha tale stato o condizione.

Così viene definita dalle Nazioni Unite, dopo essere stata condannata e abrogata per sempre nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, quasi settant’anni fa. Eppure, come altro considerare il caporalato se non una moderna forma di questa?

Schiavitù, in fondo, vuol dire privare un essere umano della sua dignità intrinseca, ed proprio questo che è: derubare i lavoratori non solo dei loro diritti fondamentali, come condizioni di lavoro sicure, orari adeguati e una giusta paga, ma anche di quella dignità che nasce dal lavoro umano, vero e proprio strumento di realizzazione e celebrato come fondamento della nostra stessa Repubblica.

È questo quello che è stato fatto a Paola, Mohamed e Yvan. Un’opera di de-umanizzazione che finalmente si è scontrata con un doppio muro: una legge, ma soprattutto la nostra indignazione, la presa di posizione e la forza di dire no allo sfruttamento.

La pratica del caporalato non è stata di certo sconfitta, ma finalmente le vittime potranno avere giustizia.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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