Nell’era di Trump, si staglia il grido di protesta “Moonlight” (trionfando agli Oscar)

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Nell’era di Trump, si staglia il grido di protesta Moonlight (trionfando agli Oscar)

Il tragicomico scambio delle buste avvenuto alla 86° edizione della cerimonia degli Oscar dal momento dell’error fatale ha cavalcato incessantemente l’etere, aggiudicandosi un posto d’onore nell’Olimpo delle gaffe più clamorose della storia. Dopo l’annuncio di Warren Beatty e la sfilata del cast di La La Land, con tanto di colonna sonora e ringraziamenti, il produttore Jordan Horowitz, accortosi dell’errore, chiude il suo discorso con un laconico: «Comunque, abbiamo perso». Mostrando la busta giusta prosegue «Moonlight miglior film! Non è uno scherzo, avete vinto!». Un colpo di scena reso ancora più sorprendente dalla posizione di indiscusso favorito del pluripremiato La La Land (6 i premi conquistati, tra cui Miglior Regia per Damien Chazelle e Miglior attrice protagonista per Emma Stone). Un sorpasso che resterà negli annali della storia di Hollywood e che ricorda vagamente il colpo di mano del dramma corale Crash – Contatto fisico, vincitore del Premio Oscar nel 2005, a discapito del favoritissimo I segreti di Brokeback Mountain, struggente storia d’amore omosessuale. Sembra proprio che una paradossale danza di colpi di scena abbia preso per mano il tema dell’omosessualità per condurlo finalmente sul palco dell’Academy, perché Moonlight è innanzitutto il grido del protagonista Chiron a favore dell’accettazione delle diversità sessuali.

Il regista Berry Jenkis, alla sua seconda pellicola dopo Medicine for Melancholy, vuole guidarci lungo l’impervio cammino di crescita del protagonista Chiron nella comunità criminale e machista della Florida.

La storia è suddivisa in tre capitoli, ognuno dei quali prende il titolo dai differenti nomi del protagonista: Little (l’infanzia), Chiron (l’adolescenza) e Black (l’età adulta). Uno schematismo che trae origine dalla derivazione teatrale del lungometraggio.

Nel primo capitolo i compagni di classe chiamano Chiron (Alex Hibbert) “Little” quasi a bollarne la scarsa importanza e a sottolinearne il ruolo di vittima del loro stesso bullismo. Ma Chiron è anche il “piccolo” dello spacciatore Juan (un intenso Mahershala Alì premiato con l’Oscar per Best supporter actor) e della sua compagna Teresa (Janelle Monáe). I due gli offrono asilo per supplire alle mancanze della madre tossicodipendente (Paula, interpretata da Naomie Harris), costruendo un legame autentico che cresce a ritmo con la narrazione.

La seconda parte ha il nome stesso del protagonista, Chiron (Ashton Sanders). Scelta assolutamente non casuale: per il protagonista giunge il momento della scoperta di sé stesso. Chiron deve afferrare il coraggio ed affrontare il dolore che questa presa di coscienza trascina dietro di sé. Un’ondata di sentimenti che travolge il pubblico, fa riflettere, porta in primo piano il tema delle diversità con tutte le sue implicazioni sociali. È questa la parte centrale per collocazione e per concetto.

Infine l’ultimo capitolo. Black (Trevante Rhodes) è il soprannome affibbiatogli da Kevin (André Holland), l’amico del cuore innamorato di lui. Questa parte è interamente dedicata al loro rapporto, al mutamento e soprattutto all’annullamento della loro personalità di fronte alla pressione degli schemi sociali.

Il vitalismo del filone afro-americano, che ha travolto nell’ultimo decennio le scene hollywoodiane, trae la sua energia dall’orgoglio della razza e dalla ricerca delle proprie origini e identità.
L’opera di Jenkins segna però un punto di svolta: nonostante le similitudini con il genere presenta degli elementi nuovi capaci di segnare uno scarto importante rispetto ai suoi predecessori. Il infatti regista conserva lo sfondo urbanistico dominato dalla fatiscenza degradante del quartiere natale e l’iconografia dello scenario sociale regolato dalla sola legge della strada, ma la novità sta nel filtrare i temi della violenza, della droga e della discriminazione attraverso l’intimismo di Chiron. Così il gangster movie si svuota delle tipiche tendenze del genere e si riempie di sensibilità e poesia.

Mahershala Alì

Certo lo stile non è dei più eleganti, a tratti appare sciatto e in alcune scene si ha quasi difficoltà a focalizzare l’attenzione sui dialoghi, perdendosi nei movimenti quasi isterici della macchina da presa.

Moonlight ha trionfato per l’attualità delle tematiche trattate più che per le qualità tecniche e artistiche. Probabilmente se l’America non si fosse trovata a fronteggiare il ciclone Trump avremmo avuto un altro vincitore.

Mi sembra il caso di dirlo: Paese che vai, bellezza che trovi!

Carolina Iapicca per MIfacciodiCultura

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