Montalbano sono… ed ho un (meritato) enorme successo in tutta Italia

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Metti che uno deve dirigere The Sleepers: possiamo immaginare che, in una infinità di cose a cui pensare tali da far insorgere la Sindrome del Paradosso di Zenone, una delle prime e principali preoccupazioni (scusate, è l’irresistibile leggerezza dell’allitterazione) sia il cast di attori. Altre produzioni, invece, possono “accontentarsi” (le virgolette sono d’obbligo) di avere semplicemente gli attori più adatti alla parte che devono interpretare, almeno in alcuni ruoli, il che senza dubbio semplifica la vita del regista: il quale, dal canto suo, magari sa di non essere in procinto di dirigere un capolavoro assoluto della cinematografia, ma sa anche di doversi confrontare con un personaggio letterario-televisivo dei più amati di tutti i tempi in una Nazione in cui la critica è lo sport nazionale ancora più del calcio.

Il preambolo riflessivo ci nasce dall’interpretazione di Valentina Lodovini, certamente non memorabile nella sua espressività un po’ stolida alla Bellucci, ma perfettamente intonata alla parte/personaggio: stiamo parlando, ovviamente, dell’ultimo lavoro tratto da un lavoro di Andrea Camilleri, il nostro Signor 100 Romanzi, che nulla ha – da tempo – da invidiare ad un altrettanto e più prolifico Georges Simenon. Un covo di vipere, romanzo del 2013, è stato firmato dal sempre bravo Alberto Sironi, che ha diretto un Luca Zingaretti ormai identificato nel personaggio del commissario di Vigata, quel Salvo Montalbano, che interpreta da 18 anni.

Non dubitiamo che questa identificazione vada stretta a Zingaretti, come accade a tutti gli attori di vaglia (pensiamo anche a Hugh Laurie/Gregory House – ma sempre meglio che essere a vita il papà di Stuart Little): ma certamente anche l’attore sarà stato gratificato dal risultato di pubblico, visto che l’episodio è stato seguito su Rai 1 da quasi 11 milioni di telespettatori. Ironia della sorte e dei numeri, un 40% abbondante di share può essere una batosta clamorosa, un successo mediatico o una pia aspirazione politica: in questo caso sancisce, se mai vene fosse stato bisogno, che il personaggio del calvo commissario siciliano è una delle icone della cultura italiana degli ultimi anni, e che la sua figura nulla ha da invidiare ad altri eroi della letteratura gialla, declinata in senso investigativo e tutt’altro che hard boiled.

Montalbano alla pari di Maigret, Poirot, Nero Wolfe, Ellery Queen quindi? Certamente sì, ed anche qualche scalino al di sopra, poiché quella di Camilleri è una scrittura contestualizzata e realistica, al servizio di storie plausibili, inserite nel territorio e nel tessuto sociale sia nazionale che locale, che fanno di Montalbano un personaggio concreto e non astratto, più di carne e meno di carta. Dopodiché, Andrea Camilleri, con una scrittura raffinata ed acuta, attenta all’oggettività delle cose, è riuscito a dirci che la lingua italiana è un’astrazione delle grammatiche, a parte gli scempi petalosi e social: lavaggi in Arno a parte, l’italiano in Italia non lo parla nessuno, se non con una continua commistione di dialettismi e gergalità che sono il tessuto reale dell’espressione dell’italiano medio. Camilleri e Montalbano hanno così sdoganato un italiano che, mutatis mutandis, somiglia molto alla lingua franca predetta dalla fantascienza, parlata in sommo grado nella megalopoli di Blade Runner, ed ha aperto un varco alla cultura e alla lingua siciliana: termini come camurrìa e cabbasisi (che letteralmente sono i capperi, e che etimologicamente derivano all’arabo habb + aziz, ossia bacca pregevole…) sono entrati nel parlato comune e in misura certamente minore molti altri termini – con una nota a parte per l’uso dell’interiezione magari, termine affascinante di origine greca, dalle molteplici sfumature, che in Sicilia prende il significato di anche.

Ha senza dubbio fatto più Andrea Camilleri per la lingua italiana e per il riconoscimento dello status di lingua a dialetti (etimologicamente, lingua parlata) che lingue lo sono per davvero, che tutte le dichiarazioni teoriche di intenti e programmazioni linguistiche al sostegno di linguaggi barbari, spesso basate sulla confusione tra fatti ed opinioni, sui ragionamenti non sequitur che un’opinione fallace basata sulla condivisione di un numero sufficientemente ampio di individui divenga vera: d’altra parte, Andrea Camilleri ha fatto parlare di sé anche per la propria manifesta opinione sul fatto che in Italia vi sia un 47% di analfabeti funzionali, e non possiamo che essere d’accordo.

Archiviato quindi il successo di Un covo di vipere, ci apprestiamo a seguire il prossimo 6 marzo Come voleva la prassi: nel quale, come da prassi, apprezzeremo Zingaretti, affiancato come sempre dalle “spalle” Cesare Bocci e Peppino Mazzotta, mentre ci manca molto Katharina Bohm nella parte di Livia; e aspettiamo di godere anche dei magnifici paesaggi siciliani, a partire da quella Punta Secca dove trova ambientazione l’inventata Marinella e la “casa di Montalbano”, realmente esistente.

E la storia? Spendiamo solo una riga per dire che abbiamo molto apprezzato che, in Covo di vipere, Camilleri abbia affrontato il rovente problema dell’incesto familiare, dramma enormemente sottovalutato e coperto da tabù e omertà: di altro, ivi compreso l’escamotage del doppio colpevole, ci importa poco.

Perché come sempre accade quando il protagonista è un personaggio di tale spessore, la storia è un semplice escamotage per vedere in azione il nostro eroe, facendo scattare tutta una serie di meccanismi, dal riconoscimento all’aspettativa, sino alla – purtroppo effimera – identificazione.

A presto, Salvo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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